La prova italiana in Bosnia: il voto sull’Alto Rappresentante che potrebbe ridisegnare i Balcani. L’analisi
Bosnia-Erzegovina, la nomina del nuovo Alto Rappresentante divide l’Occidente e riapre il confronto sull’eredità di Dayton. L’analisi
Il prossimo Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina (BiH) potrebbe essere nominato a breve, ma la battaglia politica che circonda questa designazione ha già messo in luce le crescenti divisioni tra gli alleati occidentali sul futuro dei Balcani. Il 21 luglio, il Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (PIC) tenterà nuovamente di nominare un successore di Christian Schmidt, dopo che i negoziati di giugno e luglio si sono conclusi senza un accordo, lasciando il diplomatico statunitense Louis Crishock nel ruolo di Alto Rappresentante ad interim.
La controversia va ben oltre la scelta di un singolo funzionario internazionale. È diventata infatti un confronto sul futuro stesso della Bosnia-Erzegovina: il Paese dovrà continuare a essere governato secondo l’attuale modello istituzionale nato dagli Accordi di Dayton oppure avviare una stagione di riforme che restituisca maggiori responsabilità alle istituzioni democraticamente elette?
L’Italia, insieme agli Stati Uniti, sostiene il diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi, mentre Francia, Germania e Regno Unito appoggiano il diplomatico francese René Troccaz, descritto dai suoi critici come vicino a posizioni che simpatizzano con l’Islam politico. Questa spaccatura interrompe quello che per anni è stato un approccio occidentale sostanzialmente unitario nei confronti della Bosnia.
Istituito subito dopo gli Accordi di Pace di Dayton del 1995, l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) aveva il compito di vigilare sull’attuazione degli aspetti civili dell’accordo che pose fine alla guerra in Bosnia. A distanza di quasi trent’anni, tuttavia, l’ufficio continua a esercitare poteri eccezionali sul sistema politico del Paese.
Attraverso i cosiddetti “Poteri di Bonn”, l’Alto Rappresentante può imporre leggi, sospendere provvedimenti approvati dalle istituzioni democraticamente elette e rimuovere funzionari pubblici senza alcun controllo giudiziario. Un dinamica che non ha eguali nel mondo democratico. Le comunità cristiane della Bosnia-Erzegovina sostengono che l’OHR si sia trasformato da meccanismo temporaneo di mantenimento della pace in un’autorità internazionale permanente, troppo potente.
Durante il mandato di Christian Schmidt, l’OHR ha modificato il codice penale della Bosnia–Erzegovina e sospeso il finanziamento pubblico del partito di governo della Republika Srpska. Tali decisioni hanno contribuito all’apertura di procedimenti penali contro l’ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, le cui sanzioni statunitensi sono state revocate dall’Amministrazione Trump nel 2025.
Molti leader politici serbo-bosniaci e croato-bosniaci sostengono che l’Alto rappresentante abbia progressivamente favorito gli interessi politici dei musulmani bosgnacchi, limitando al contempo la capacità dei popoli costituenti della Bosnia di risolvere autonomamente le controversie politiche attraverso le proprie istituzioni. Dodik ha definito in passato l’OHR “un’organizzazione malvagia” e un “amministratore coloniale” privo di legittimità, sostenendo che gli Accordi di Dayton non possono funzionare se diplomatici stranieri interferiscono con le istituzioni democratiche della Bosnia–Erzegovina. Il confronto sul successore di Schmidt riflette interrogativi ben più ampi sul futuro dell’assetto istituzionale creato dagli Accordi di Dayton.
L’accordo è universalmente riconosciuto per aver posto fine al conflitto più sanguinoso in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale e per aver preservato la Bosnia-Erzegovina come Stato unitario. Tuttavia, molti analisti ritengono che un sistema concepito per fermare una guerra sia progressivamente diventato un ostacolo a un’efficace governance democratica. La molteplicità dei livelli di governo, la sovrapposizione delle competenze istituzionali e i reciproci diritti di veto tra i gruppi etnici hanno spesso prodotto paralisi legislative, lasciando nel contempo ampi poteri nelle mani di un organismo internazionale non eletto.
Max Primorac, ricercatore senior della Heritage Foundation, sostiene che la Bosnia sia diventata «uno Stato frammentato, profondamente diviso e privo di sovranità», governato da funzionari internazionali anziché dai suoi tre popoli costituenti. Secondo Primorac, le debolezze del sistema politico nato dopo Dayton avrebbero inoltre favorito l’espansione dell’influenza islamista, richiamando gli storici rapporti tra esponenti politici bosgnacchi e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana durante la guerra di Bosnia, nonché la persistente presenza nel Paese di organizzazioni affiliate ai Fratelli Musulmani. Molti leader cristiani della Bosnia hanno espresso analoghe preoccupazioni, sostenendo che l’attuale sistema di governance abbia contribuito alla marginalizzazione politica delle comunità serbo-ortodosse e croato-cattoliche senza riuscire a superare il cronico stallo istituzionale del Paese.
I due candidati ad Alto rappresentante incarnano approcci profondamente diversi. Antonio Zanardi Landi può contare su decenni di esperienza diplomatica, avendo ricoperto gli incarichi di ambasciatore italiano in Serbia e Montenegro, Russia e presso la Santa Sede. I suoi sostenitori ritengono che la sua profonda conoscenza della regione lo renda la figura ideale per accompagnare una stagione di riforme istituzionali salvaguardando al tempo stesso la stabilità del Paese. Alcuni osservatori ritengono inoltre che il sostegno di Washington rifletta una più ampia volontà di ridurre progressivamente il ruolo dell’OHR, restituendo maggiori competenze alle istituzioni democraticamente elette della Bosnia.
Il diplomatico francese René Troccaz, sostenuto da Francia, Germania e Regno Unito, è considerato dai suoi sostenitori il candidato della continuità rispetto all’attuale approccio della comunità internazionale. I suoi critici sostengono invece che una sua nomina prolungherebbe la marginalizzazione delle comunità cristiane della Bosnia-Erzegovina e consentirebbe alle ideologie islamiste radicali di continuare a rafforzarsi, rappresentando una minaccia per la stabilità del Paese e dell’intera regione.
Il voto del 21 luglio deciderà molto più del nome del prossimo titolare di uno degli incarichi diplomatici più particolari d’Europa. Esso costituirà anche un indicatore della direzione che i governi occidentali intendono intraprendere: mantenere l’attuale modello di supervisione internazionale oppure avviare un confronto su come far evolvere le istituzioni della Bosnia-Erzegovina a quasi trent’anni dagli Accordi di Dayton.
Per l’Italia, l’esito della votazione rappresenta l’opportunità di assumere un ruolo guida nella definizione della politica europea verso i Balcani occidentali. Per gli Stati Uniti, segna il tentativo di rilanciare il proprio impegno in una regione nella quale Washington contribuì in modo decisivo alla pace del 1995. Per la Bosnia-Erzegovina, infine, la nomina potrebbe influenzare il percorso delle future riforme costituzionali per molti anni a venire.
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