La Real Sociedad mostra la via: l'unica strada per il calcio italiano è tornare a prodursi il talento

Aprile 21, 2026 - 07:30
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La Real Sociedad mostra la via: l'unica strada per il calcio italiano è tornare a prodursi il talento

La rubrica di Simone Eterno dopo la vittoria dei baschi in Copa del Rey.

Ogni qualvolta il calcio regala un’impresa fuori scala — di quelle che incrinano gerarchie consolidate e ribaltano pronostici apparentemente granitici — il racconto che ne segue tende immancabilmente a dilatarsi oltre misura. La narrazione si gonfia, si fa sistema, pretende di trasformare l’eccezione in regola. È un riflesso quasi automatico: dall’evento si passa al dogma, dall’exploit al “modello”, oppure al “fare come il Leicester”. Narrativa che francamente ho sempre trovato stucchevole. Eppure, quest’oggi, tra l’attualità italiana e la cronaca sportiva all’estero, non si può davvero non spendere qualche parola sul trionfo in Copa del Rey della Real Sociedad.

Sì perché c’è qualcosa di profondamente antico e, al tempo stesso, modernissimo nel successo dei baschi registrato contro l’Atletico Madrid. Non solo un trofeo. Bensì un manifesto culturale, una dichiarazione di identità che attraversa oltre un secolo di calcio basco e si proietta con sorprendente lucidità nel futuro del gioco europeo. La notte di Siviglia infatti, nello scenario dell’Estadio de La Cartuja, ha consacrato una squadra che ha fatto della coerenza il proprio dogma. Il successo ai rigori contro l’Atlético Madrid — maturato dopo un 2-2 combattuto e risolto dalle parate di Unai Marrero — rappresenta l’apice di un progetto costruito lontano dalle logiche inflazionate del mercato globale.


Per comprendere davvero la portata di questa impresa, bisogna infatti tornare indietro. La Real Sociedad non è nuova a cicli virtuosi: negli anni Ottanta seppe imporsi nella Liga con una generazione cresciuta in casa, incarnando un modello territoriale e identitario che oggi appare quasi rivoluzionario. Quel filo non si è mai spezzato. L’accademia di Zubieta, cuore pulsante del club, continua a produrre talento con una regolarità quasi artigianale: undici elementi della rosa attuale provengono dal vivaio, e nella finale di Coppa ben dieci giocatori avevano radici interne. Dodici se clamorosamente avessimo voluto contare anche Le Normand e Griezmann, avversari a Siviglia in maglia Atletico Madrid, ma anche loro prodotto del vivaio della Real Sociedad.

Non si tratta di romanticismo, ma di efficienza. Con una rosa dal valore complessivo di circa 275 milioni di euro e una valutazione societaria attorno ai 325 milioni, la Real Sociedad riesce a competere con sorprendente continuità contro colossi dotati di risorse economiche ben superiori. È la vittoria di un sistema che ottimizza risorse limitate trasformandole in valore tecnico, economico e identitario. Ed è qui che la cronaca sportiva spagnola in qualche modo si ricollega all’attualità italiana. 


Mentre questa mattina infatti Giovanni Malagò fa il giro dei club di A per capire davvero che aria tira; mentre il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta parla di “Palestra arriva dall’Academy dell’Inter” - salvo dimenticare che la costruzione del giocatore è stata opera dell’Atalanta; il successo della Real Sociedad pare una specie di assist all’Italia, se qualcuno avesse semplicemente voglia di guardare altrove per vedere come si può fare. Il calcio italiano infatti vive da anni una contraddizione strutturale: ambisce a competere con le élite europee senza disporre delle stesse risorse economiche. I diritti televisivi stagnano, gli stadi restano obsoleti, i debiti crescono. Eppure, troppo spesso, la risposta continua a essere il mercato: costoso, inefficiente e spesso miope.


La “lezione” della Real Sociedad allora, se tale volessimo definirla, è tanto semplice quanto radicale: senza sostenibilità non esiste competitività. E senza settori giovanili d’eccellenza non esiste sostenibilità. L’Italia, storicamente, è stata terra fertile per il talento. Ma negli ultimi decenni ha progressivamente smarrito la centralità del vivaio, preferendo scorciatoie immediate e vivendo l’eterno e fanciullesco sogno del mercato estivo come panacea di tutti i mali. Il risultato? Sotto gli occhi di tutti: meno giocatori formati in casa, meno identità, meno valore patrimoniale e una Nazionale ormai disastrosa - se non altro nei suoi risultati. Investire nei giovani allora non si definisce più come una scelta romantica, bensì una necessità sistemica. Abbattere i costi di acquisizione, generare plusvalenze sane, costruire squadre riconoscibili. Questo. Ma soprattutto restituire al calcio - specie di “provincia” quel senso di appartenenza che il mercato globale ha eroso. La Real Sociedad dimostra che è possibile. Che si può vincere — davvero vincere — senza tradire la propria natura. Che un modello alternativo non solo esiste, ma funziona. Certo, è difficile e non si inventa dall’oggi al domani. Servono tempo, perseveranza a una rivoluzione culturale che deve partire anche dall’approccio degli stessi tifosi. Ma se non ora, nel nostro minimo storico di una Nazionale allucinante e di una Serie A raramente così povera di idee, talento e competitività, allora quando? Più che un’opportunità, forse, una strada già scritta. Certo, bisogna aver voglia di imboccarla e poi percorrerla con pazienza.

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Redazione Redazione Eventi e News