La sporca dozzina di Vannacci

12 Giugno 2026 - 06:14
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“Zelensky è un cocainomane, non vedi come tira con il naso? Si fa di coca”. E l’Ucraina? “Se fossi Putin lancerei una bella atomica e la guerra finisce. Ma sai perché Putin non lo fa? Perché a Kyiv c’è la cattedrale cara agli ortodossi”, mi dice il Barone nero Jonghi Lavarini, il fascista neovannacciano, prima che la figlia, “Fiammetta”, lo porti via: “Oggi è il suo compleanno”. Sylvie Lubamba racconta che il generale è “ghiotto di branzino”. Sono la sporca dozzina di Vannacci. Non hanno la decima tatuata sul polpaccio e neppure il teschio ma lo stuzzicadenti , anche se Alessandro, 27 anni, avvisa, “la decima no, ma fai attenzione, qui i maranza girano con il machete. E zac!”.

Hanno trovato la parola d’ordine: la dozzina. Alle 19,30, un’ora prima che Vannacci si presenti da Lilli Gruber, individuo la sua “sporca dozzina” sotto un chiosco a Quarto Oggiaro, in questo Parco Verga che nessun autista conosce perché “non è più Milano, ma forse Villapizzone. Chi viene fin qui?”. Spaccio, omicidi, ovvio, erba alta, due grattacieli di colore nero che sembrano la scala per l’inferno. Si sono inventati “l’Aperi-Vannacci”, l’aperitivo per seguire in diretta Vannacci a La7, da Gruber, la prima volta, come la finalissima del Mondiale, e hanno girato l’invito alle televisioni, ai giornalisti, “venite”. Saranno dieci tavoli, pieghevoli, e sopra una botte c’è lo schermo che racconta Max Bastoni, ex consigliere regionale della Lega, un uomo alto e magro, uno di quelli che aveva pensato di rifare la Lega con l’ultimo Bossi, “ci sarebbe servito per seguire la nazionale, solo che la nazionale non c’è. Questa serata è un modo per conoscerci in vista di sabato e domenica, la grande assemblea costituente che si tiene a Roma. Ci sarai?”.

Ne parla come una San Sepolcro e come ne parlavano, nel 2009, i grillini, quelli del meet-up che pregavano sul web, scrivevano sul web, quelli del Parlamento da aprire come una scatoletta. C’è nell’aria l’allegria e lo spavento delle cose che iniziano. Vedo la curiosità negli occhi di Ranja una marocchina velata che è venuta ad ascoltare il generale e che domanda al marito, italiano, “vediamo se il generale ci remigra”. Con una voce lenta, il contrario dell’ardito, Bastoni indica Alessandro Foderaro che “faceva parte del M5s. E’ stato il loro candidato sindaco alle comunali poi anche lui è uscito e oggi eccolo qui, con Vannacci, come me”. La dozzina. Una donna con i capelli ricci sposta bicchieri, rilascia interviste, e il solito Bastoni informa: “E’ Ilaria Tempesta e anche lei è stata candidata sindaca a Sesto San Giovanni con Italexit di Paragone. E sai quanto ha preso? Il due per cento. Ti sembra poco?”. Alle politiche a quanto arriva il generale? E Bastoni: “La doppia cifra. Si stanno tesserando leghisti, ex di FdI ma è vero che stanno arrivando anche dal M5s”. Le televisioni accerchiano un uomo con l’occhio lui sì da ardito che rilascia dichiarazioni sul tradimento della destra, di Salvini, Meloni, e tutti lo chiamano: “Il Barone”.

E’ Jonghi Lavarini, il “Barone nero”, quello dell’olio di ricino come “digestivo”, del “fascismo come splendida epoca di riforme sociali”, scacciato, finito in tutte le inchieste sul fascismo spelacchiato e disperato. Lo avvicino e gli chiedo di Vannacci, di Ucraina, della coalizione, e il “Barone” comincia a spiegare che la guerra in Ucraina può finire, basta poco. Ci arrendiamo ai russi? “Vi siete chiesti perché Putin ha attaccato? Ha le sue ragioni e se non ci fosse Zelensky, la guerra si sarebbe già conclusa. Non finisce perché Zelensky è un tossico. Si fa di cocaina, ma tagliata male”. Vannacci deve stare dentro o fuori la coalizione? “Se Meloni vuole perdere lo tiene fuori, se Meloni vuole vincere, lo terrà dentro”. Parla allora di accordi di desistenza, “un’alleanza tecnica con Vannacci”, e come il Cesare Rossi di Mussolini spiega che l’obiettivo del generale “non è avere un ministero fra un anno, ma Palazzo Chigi fra cinque”. Fa ironia anche su Pozzolo, il protovannacciano, perché “diciamolo è un po’ balengo”. Si dispongono come allo stadio, le prime file con Bastoni, Foderaro, e Tempesta, i politici, mentre nelle retrovie, nella curva, siedono un ragazzo con il baffetto e la coppola e Samuele, barista, Valerio, magazziniere. In tutti saranno quaranta. Seguono il generale sui social, lo definiscono “logico”, mentre Salvini, dice Samuele, “era partito bene, ma si è perso”. Mi rivela di “avere paura quando torna a casa” e quando si accorge che lo guardo precisa: “E ti sembra che non mi sappia difendere? Mi hai guardato?”. La dozzina. Sono piccola comunità ma comunicano attraverso queste circolari che invia il generale in chat, questi dispacci numerici, nient’altro che fogli excel per avvertire che la cifra dei comitati cresce: leggere e obbedire.

Bastoni ripete che sono centomila iscritti e che “non si scherza con il denaro” e che “sono tutte tessere regolari, non come la vecchia Dc. Raccolgo le iscrizioni e poi bonifico la cifra su un conto Nexi”. Ogni iscritto versa la quota minima di 20 euro. Se sono tutte regolari, e sono centomila, come garantisce Vannacci, significa che Futuro Nazionale ha finora raccolto oltre due milioni di euro. Aggancio Foderaro, l’ex grillino e anche lui racconta che “c’era una corrente all’interno del M5s, quella vicina a Stefano Buffagni, te lo ricordi? Era la corrente di destra perché il M5s non è mai stato di sinistra. Oggi c’è Vannacci e quel mondo sta transitando in Futuro Nazionale”. Lavora in una società informatica e mastica di economia, loda le teorie di Paolo Savona, vorrebbe più moneta, proprio come Angelo Maria Rinaldi, il leghista a cui Salvini aveva proposto nientemeno che la presidenza di Eni, anche lui finito oggi in Futuro Nazionale. Ci accorgiamo quasi per caso che Vannacci si è presentato, seduto in studio da Gruber, con la sua camicia a righe, e lo capiamo dal primo applauso, da quel suo “io rappresento la destra autentica”, la parola che Meloni alla Camera ora rovescia su Pozzolo: “Per sei volte avete votato la fiducia contro questo governo, per mandare a casa questo governo. Non mi si parli di vera destra”. C’è qualcosa di angosciante nel silenzio, nelle mezze bocche aperte che ascoltano Vannacci. Non parla nessuno ma vedo le mani stringersi quando la giornalista del Sole, Lina Palmerini, prova ad attaccare il “generale” o quando Gruber gli chiede “ma lei è fedele?”.

Alla frase di Vannacci “la destra ha perso la trebisonda” scatta un altro applauso, il vero primo gol. Il secondo è quando risponde sul green deal, “le linee rosse”. Partono i “bravo” e si moltiplicano quando rovescia l’accusa di fellonia, “Salvini ha usato me per prendere 150 mila voti”. E’ fragorosa la risata quando Vannacci gigioneggia con Gruber sui clandestini, perché a “lei, signora Gruber, piacciono i clandestini e forse anche i suoi dati sono un po’ clandestini”. Ilaria Tempesta dice sottovoce a Foderaro: “E’ scorretta”, ma la verità è che anche Gruber subisce il fascino di questo generale. Come la Sarfatti con il Duce vuole testare la mascolinità, “e se lei fosse gay?”. E’ abile nel risponderle “non accamperei diritti”, ma è ancora più abile quando arruola Buttafuoco. I musulmani? “Se si assimilano vanno bene. Buttafuoco è musulmano”. Cerco immediatamente Ranja che prende la mano del marito e sono felici: “Hai visto? Non vuole cacciare nessuno. Vuole solo i migranti regolari. Tu lo sei. Tu sei italiana. Hai sposato me. Vannacci ha ragione. Lo possiamo votare”. Confonde il dizionario Zingarelli con Zingaretti ma nessuno se ne accorge come nessuno si accorge che la parola “deportazione” nel vocabolario del generale è solo “movimentazione coatta”. Neppure Gruber è consapevole del regalo che gli fa quando cerca di insidiarlo sui transfughi che sta caricando in questo partito, la schiuma della terra, i baroni, i travestiti dell’ideale. Chiude la partita non appena declama la preghiera del paracadutista, per di più in francese: “Donnez-moi, mon Dieu, ce quel es autres, ne veulent pas” e continua con: “Dammi mio dio quelli che gli altri non vogliono. I miei sono i rifiuti degli altri, quelli che gli altri non vogliono, io voglio la sporca dozzina, quelli bravi li lasciamo al Pd”. Ne trovo un altro della sporca dozzina. Si chiama Renato Maturo, è un avvocato, ex assistente parlamentare di Ignazio La Russa, e vorrebbe stracciare il “decreto flussi”, “nient’altro che una sanatoria” perché “se importi terzo mondo, diventi terzo mondo”; “mi sembra chiaro che ha vinto 3-0 il generale”.

Stanno imparando le frasi di Vannacci a memoria e si offrono al generale. Sylvie Lubamba l’attrice che ha scoperto Chiambretti, gli fa la rassegna stampa: “Ogni giorno segnalo gli articoli e propongo come intervenire. Il generale è un boomer”. Si vuole candidare? “Ci spero”. Andatelo da oggi a vedere sui social. La 7 è stata la sua Piazza Venezia e tutta la schiuma vuole farsi chiamare “dozzina”. Anche Chiara Appendino dichiara che “Vannacci si batte per la buona politica, dà risposte agli esclusi”. Le abbiamo provate tutte: manca solo il governo nero-verde-giallo… Vannacci potrebbe rivelarsi un fiasco e quell’ascolto del 9 per cento non equivale al 9 per cento alle urne. Non è la Decima la sua forza, ma la dozzina, la sporca. Si dice “datemi una dozzina di uomini…”, e “dozzinale” è lo scarso di valore, il mediocre. Dozzinale non è altro che l’uomo qualunque, l’uno vale uno di Grillo. C’è il chiosco, il silenzio di chi ascolta, le frasi a memoria… Non è fascismo. E’ il solito fegato guastato dei penultimi, di chi vede il controllore non chiedere più il biglietto per evitare una coltellata, di chi vuole ascoltare parole ridotte all’osso delle cose. In quella preghiera di Vannacci “dammi lo scarto” c’è la nuova discesa in campo dei Misérables.

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