L’insostenibile pesantezza del Green Deal: l’ambientalismo conservatore ha già una terza via

15 Giugno 2026 - 17:23
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L’insostenibile pesantezza del Green Deal: l’ambientalismo conservatore ha già una terza via

L’insostenibile pesantezza del Green Deal: l’ambientalismo conservatore ha già una terza via

Nel discorso alla Camera di giovedì scorso, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto con chiarezza ciò che molti sapevano: l’approccio ideologico del Green Deal ha prodotto più danni che benefici. Questo articolo sviluppa una riflessione autonoma sul superamento del Green Deal e sull’integrazione ecologica come terza via conservatrice per l’Italia e per l’Europa.

L’insostenibile pesantezza del Green Deal

Il Green Deal europeo non ha fallito perché gli europei e gli italiani non si sono adeguati abbastanza in fretta. Il Green Deal ha fallito come conseguenza logica di un’idea sbagliata. L’idea che il cambiamento climatico si debba combattere con una massa di norme, standard e tecnologie omogenee, imposte da una inflessibile e severa burocrazia centralizzata, e quindi ugualmente adatte ai diversissimi contesti territoriali.

È un fallimento di paradigma: la transizione ecologica, così com’è stata concepita a Bruxelles, ha prodotto migliaia di norme e stringenti regolamenti, e allo stesso tempo ha prodotto dipendenza tecnologica dall’Asia, deindustrializzazione selettiva in Europa, aumenti insostenibili dei costi energetici per famiglie e imprese. E zero benefici climatici reali, perché le emissioni non sono scomparse ma si sono spostate fuori dal perimetro contabile europeo. Mentre l’Europa è diventata il Regno della Norma, l’Impero della tecnica si è spostato in Asia.

Serve integrazione ambientale, sociale ed economica

Ora occorre ripartire sostituendo il paradigma della transizione ecologica con quello dell’integrazione: ambientale, sociale, economica. L’integrazione ecologica è il superamento definitivo della logica centro-periferia che ha avvelenato il Green Deal: non Bruxelles che prescrive soluzioni uniformi a realtà profondamente diverse, ma un percorso armonioso in cui le dimensioni ambientale, economica e sociale dello sviluppo – i tre pilastri dell’ortodossa teoria dello sviluppo sostenibile – si muovono insieme, senza che nessuna schiacci le altre. Con una differenza fondamentale rispetto al paradigma progressista: quel percorso non può essere uguale per tutti.

Nasce dalla diversità dei contesti locali, dalle tradizioni produttive dei territori, dalla specificità delle geografie nazionali. Il parco agrivoltaico in Sicilia e l’eolico offshore dei Paesi Bassi sono entrambi integrazione ecologica, perché ciascuno esprime la risposta di una comunità radicata ai propri limiti naturali e alle proprie risorse. Questa è la svolta: non la norma uniforme, ma il principio condiviso declinato in mille forme diverse. Una terza via che non è un compromesso. È la risposta più profonda di tutte.

Il Green Deal e il colonialismo verde

Il Green Deal è stato lanciato nel 2019 con un’ambizione legittima: conciliare sviluppo economico e limiti ecologici attraverso la correzione regolatoria dei mercati e la sostituzione tecnologica dei sistemi fossili. Migliaia di pagine di norme e obiettivi: l’ETS, il CBAM, il Fit for 55, la tassonomia verde, il divieto dei motori a combustione al 2035, gli standard EPBD per gli edifici. Il più ambizioso esperimento di ingegneria regolatoria nella storia dell’Unione. I risultati ci sono stati: le emissioni europee sono scese e le rinnovabili sono cresciute. Ma questi risultati sono stati acquistati a un prezzo che il paradigma della transizione non poteva vedere, proprio a causa dei propri fondamenti filosofici, basati sulla presunzione del dogma universale.

Tre effetti perversi sistemici hanno segnato il decennio del Green Deal. Il primo è la dipendenza tecnologica. Ha forzosamente creato una massiccia domanda europea di tecnologie pulite senza costruire la capacità produttiva interna. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: il colonialismo verde, dove l’Europa fissa gli standard ambientali e la Cina fornisce le tecnologie per rispettarli. Il secondo: la regressività distributiva. I costi della transizione sono ricaduti in modo sproporzionato sulle famiglie a basso reddito e sui lavoratori dei settori hard-to-abate — acciaio, chimica, cemento, ceramica, vetro. Il terzo: la deindustrializzazione selettiva. Le medie imprese europee si sono trovate in crescente svantaggio competitivo. In alcuni settori la produzione si è delocalizzata fuori dall’Europa. Le emissioni non sono scomparse. Si sono spostate al di fuori del perimetro contabile europeo. E logicamente una transizione che esporta le emissioni non è una transizione ecologica, ma è semplice contabilità creativa applicata all’atmosfera.

Il Rapporto Draghi del 2024 e il Clean Industrial Deal del 2025 sono la presa d’atto istituzionale di questo fallimento: meno transizione, più competitività; meno obiettivi climatici, più sovranità industriale. Un progresso necessario ma parziale: il Clean Industrial Deal aggiusta idealmente gli strumenti della transizione senza trasformare i suoi fondamenti filosofici. L’idea del dogma regolatorio imposto dall’alto non cambia. E le recenti resistenze della Commissione europea sul criterio Made in Europe nelle aste per le rinnovabili rivelano una contraddizione interna allo stesso Net Zero Industrial Act: si vuole la sovranità industriale europea ma si rifiutano gli strumenti per costruirla.

Integrazione ecologica: non la via di mezzo, la via più alta

Il Green Deal è fondato sul paradigma della transizione: l’idea che il rapporto tra economia e natura possa essere riparato attraverso la correzione esterna — strumenti regolatori, sostituzione tecnologica, meccanismi compensativi. È, in termini filosofici, ancora cartesiano: un soggetto razionale che corregge dall’esterno un rapporto che è andato storto, e che tratta i limiti naturali e le tradizioni locali come ostacoli tecnici da aggirare per realizzare una modernizzazione ecologica uniforme e calata dall’alto.

Il paradigma dell’integrazione ecologica propone qualcosa di radicalmente diverso. L’integrazione ecologica è l’interazione armonica, simultanea e duratura dei fattori economico, ambientale e sociale: un sistema unitario in cui nessuna dimensione può essere sacrificata alle altre. La sua premessa è che l’economia è strutturalmente integrata nell’ordine naturale e nelle tradizioni produttive dei territori: non una sfera separata che interagisce con la natura e con le identità locali dall’esterno, ma un sistema complesso che opera all’interno delle condizioni biofisiche e culturali locali che lo rendono possibile e durevole.

Le tre conseguenze operative

Da questa premessa derivano tre conseguenze operative. I limiti ecologici non sono vincoli esterni da gestire ex post, ma principi costitutivi dell’ordine economico da incorporare ex ante, come le regole della concorrenza e la stabilità monetaria. La sostenibilità non è una destinazione finale: è un criterio operativo permanente che orienta ogni scelta industriale e politica. E la governance dell’integrazione ecologica non può essere affidata alla pianificazione centralizzata: richiede principi generali, prevedibili e vincolanti, che definiscano i confini entro cui operano la libertà di mercato e l’autonomia territoriale. Un esempio vale più di mille definizioni. Le comunità alpine italiane gestiscono da oltre un secolo il proprio patrimonio idroelettrico: non perché una direttiva europea lo abbia prescritto, non perché un meccanismo compensativo lo abbia reso conveniente, ma perché il rapporto tra quelle comunità e le loro acque è costitutivo della loro identità economica e culturale.

Il limite naturale – la portata del fiume, il ciclo stagionale delle nevi – non è un vincolo burocratico da aggirare: è il principio fondativo attorno a cui si è organizzata l’intera economia locale, dall’agricoltura all’industria manifatturiera. La sostenibilità è il criterio operativo permanente con cui quelle comunità hanno sempre fatto le proprie scelte. E la governance funziona perché è radicata nel territorio, non calata dall’alto: principi generali condivisi – la tutela del bacino idrografico, la sicurezza della rete – entro cui ogni valle trova il proprio percorso. Questo è ciò che l’integrazione ecologica significa in pratica. Non un modello da importare. Un patrimonio da riconoscere e generalizzare.

La terza via conservatrice per l’ambiente

L’integrazione ecologica è quindi la terza via conservatrice. Non è un compromesso tra chi nega i limiti in nome della crescita di mercato e chi li costruisce per decreto burocratico. È un’alternativa più radicale a entrambe. Non è la via di mezzo. È la via più alta. L’integrazione ecologica trova le proprie fondamenta culturali nel patto intergenerazionale di Burke, nell’oikophilia di Scruton e nel pensiero conservatore europeo che converge verso una profonda verità: che la libertà senza limiti distrugge le proprie condizioni di possibilità, che le comunità sono sostenibili solo quando vivono entro i confini della propria eredità naturale e culturale, e che la misura di una civiltà non è solo ciò che produce ma soprattutto ciò che preserva e trasmette.

Per una via italiana

Nessun’altra grande economia europea rende questa sfida più concreta dell’Italia. Una base manifatturiera costruita su distretti territoriali più che su campioni nazionali. Una profonda dipendenza energetica strutturale. Una centralità geopolitica mediterranea che nessun framework regolatorio europeo ha ancora adeguatamente riconosciuto. E settori industriali — meccanica di precisione, chimica specialistica, ceramica, vetro, agroalimentare di qualità — che resistono alla rapida decarbonizzazione attraverso la sola elettrificazione.

L’Italia non è un caso speciale. È il caso europeo nella sua forma più concentrata. Ogni tensione che il Green Deal ha reso manifesta – tra decarbonizzazione e deindustrializzazione, tra uniformità regolatoria e diversità territoriale, tra dipendenza energetica e sovranità strategica – l’Italia la affronta in modo più acuto di qualsiasi altra grande economia europea. Il percorso italiano verso l’integrazione ecologica non è una particolarità nazionale. È un prototipo costruito su tre pilastri concreti.

I tre pilastri concreti

Il primo è il mix energetico sovrano. L’Italia non può decarbonizzare con una sola fonte: né solo rinnovabili, né solo gas, né solo nucleare. La sua via è la strategia delle tre fonti simultanee e complementari: rinnovabili con filiera industriale nazionale, gas di transizione controllato da infrastrutture italiane, nucleare di nuova generazione che riattiva una filiera di settanta imprese specializzate e competenze scientifiche di primo livello internazionale. Non un’alternativa alle rinnovabili: un baseload stabile a zero emissioni che le rende possibili senza sacrificare l’affidabilità della rete. La legge approvata dal Parlamento è il primo passo nella direzione giusta.

Il secondo è la bonifica integrale del territorio. L’Italia ha migliaia di siti industriali dismessi, dissesto idrogeologico diffuso, un patrimonio naturale e paesaggistico che decade per mancanza di manutenzione. La bonifica non è spesa ambientale: è investimento strategico che protegge le famiglie, riduce la spesa pubblica emergenziale, aumenta l’attrattività produttiva dei territori. È l’integrazione ecologica applicata al suolo: non si costruisce sopra il degrado, si riconverte ciò che esiste. Una politica che unisce sicurezza civile, sviluppo economico e tutela ambientale in un disegno unitario.

Il terzo è la salvaguardia delle identità produttive, ovvero la sovranità industriale. I distretti italiani — dalla meccanica alla ceramica, dal tessile all’agroalimentare, dagli elettrodomestici alle macchine utensili — non sono settori in attesa di decarbonizzazione. Sono civiltà in forma produttiva. La perdita di mille posti di lavoro qualificati in una valle della ceramica è una forma di insostenibilità – di comunità, di conoscenza, di luogo – reale e irreversibile quanto la perdita di mille ettari di foresta. Difenderli non è conservatorismo nostalgico. È l’unica politica industriale che abbia senso per un Paese costruito sulla diversità produttiva dei territori.

L’importanza del Mediterraneo

E poi c’è il Mediterraneo. L’Italia non è la periferia meridionale di un ordine economico nord-europeo. È il centro del Mediterraneo, il perno tra Europa e Africa. Il Piano Mattei per l’Africa rappresenta l’approccio corretto: non dipendenza estrattiva ma co-sviluppo, infrastrutture energetiche condivise, filiere integrate tra le sponde del bacino. È l’integrazione ecologica applicata alle relazioni internazionali: non si sfruttano le risorse del Sud a beneficio del Nord, si costruisce un ordine di interessi condivisi. Questa è la visione che manca all’Europa.

Bruxelles fissi i principi. Gli Stati scelgano i percorsi

La via italiana all’integrazione ecologica è già tracciata nei suoi elementi essenziali. Un mix energetico sovrano fondato su tre fonti complementari — rinnovabili con filiera nazionale, gas di transizione, nucleare di nuova generazione — che riduca strutturalmente il costo dell’energia per famiglie e imprese. Una politica sistematica di bonifica e manutenzione del territorio che trasformi il dissesto idrogeologico da emergenza permanente in opportunità di investimento produttivo. La difesa intransigente delle identità produttive locali — i distretti, le filiere, i saperi accumulati in secoli di lavoro — come bene comune nazionale non negoziabile con nessuna direttiva europea. E il Mediterraneo come asse strategico di una politica estera energetica fondata sul co-sviluppo invece che sulla dipendenza.

Questa non è una proposta nostalgica. È la forma più avanzata di politica ecologica disponibile: radicata nei territori, fondata sulla diversità invece che sull’uniformità, capace di tenere insieme ambiente, industria e comunità senza sacrificare nessuno sull’altare degli altri. L’Italia non deve inseguire il modello europeo della transizione. Deve proporne uno migliore. Bruxelles fissi i principi. Gli Stati scelgano i percorsi. Le comunità custodiscano i territori. Non è un indebolimento dell’ambizione europea. È la sua unica forma realistica.

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