L’Iran di Notarangelo: «Un paese misconosciuto, vivo e in trasformazione»

È partito quasi in pensione, sovrappeso e con il proposito di tenersi lontano dal frigorifero di casa. Bernardo Notarangelo, ex manager di Fininvest, RAI e Sole 24 Ore, ha scelto l’Iran come destinazione di un viaggio lungo quasi due mesi — e ne ha ricavato un libro, “Un viaggiatore sovrappeso in Iran”, presentato nei giorni scorsi a Materia, la sede di VareseNews, in una conversazione condotta da Roberto Morandi.
Il titolo nasce da un’abitudine social: «Da qualche anno su Facebook racconto i miei viaggi come il Viaggiatore Sovrappeso», ha spiegato l’autore. «E il primo capitolo del libro si chiama “Alla ricerca del peso perduto”, che è un po’ anche la ricerca della giovinezza.» A far scattare la molla del viaggio era stata una vicenda professionale: quando era presidente di Milano Ristorazione — la società che fornisce 86mila pasti al giorno nelle scuole milanesi — un bambino aveva trovato un bullone nel panino. Notarangelo si era dimesso, suscitando scalpore. «In Italia è incredibile come uno si metta», ha commentato sorridendo.
Un mese a studiare il Farsi a Isfahan
Il viaggio non è stato un semplice tour turistico. Notarangelo ha dedicato il primo mese a studiare la lingua persiana all’università di Isfahan, iscrivendosi a un corso che si è rivelato uno spaccato inaspettato del mondo: una classe di tre persone — lui, un giapponese di diciotto anni e un nigeriano quarantenne enigmatico e tombeur de femmes — immersi in una schiera di giovani studenti russi mandati dal governo a imparare il Farsi per future carriere diplomatiche. «Sembravamo un film di Tarantino», ha ricordato l’autore.
Il secondo mese è stato invece dedicato all’itinerario vero e proprio: da Isfahan verso Tabriz e Orumie a ovest, poi a sud attraverso il Kurdistan, Hamadan — l’antica Ecbatana di Erodoto — fino a Shustar, dove un sistema idrico millenario fu costruito dai soldati romani prigionieri dopo la battaglia di Edessa nel 260 d.C. Poi Teheran, e infine Mashhad, città santa sciita vicino ai luoghi che nel Medioevo erano centri del sapere mondiale.
Un paese plurale, spesso frainteso
Uno dei fili conduttori della serata è stato il divario tra l’immagine dell’Iran percepita in Italia e la realtà incontrata sul campo. «L’immagine diffusa è quella di un paese triste», ha detto Notarangelo. «In realtà è un paese che, in ottomila difficoltà, cerca di divertirsi il più possibile. C’è una gioventù vivace, c’è vita notturna, c’è una vitalità che non ci si aspetta.»
L’Iran che emerge dal libro è soprattutto un paese straordinariamente plurale: solo il cinquanta per cento della popolazione è persiana, il resto è un mosaico di azeri, curdi, arabi, baluchi, turcomanni. E poi le minoranze religiose: armeni cristiani a Isfahan nel quartiere di Nuova Julfa, dove si parla ancora armeno; ebrei con la tomba di Ester e Mardocheo a Hamadan; zoroastriani con un fuoco sacro acceso nel quinto secolo dopo Cristo; persino assiri, discendenti di quanti scamparono al genocidio della Prima guerra mondiale. «Gli assiri hanno come lingua liturgica l’aramaico», ha sottolineato Notarangelo. «La lingua di Gesù.»
Bella Ciao dal barbiere e il nodo del velo
Non mancano gli episodi capaci di restituire la complessità di un paese in cui la dissimulazione è diventata arte di sopravvivenza. In un negozio di Mashhad, un barbiere giovane ha abbassato le saracinesche e ha cominciato a cantare sottovoce Bella Ciao con i clienti — canzone diventata simbolo della rivoluzione incompiuta del 2019. A Isfahan, due ragazze al bar parlavano apertamente e ad alta voce contro il regime. «Io dicevo, parlate piano, sono un turista, non voglio essere coinvolto», ha ricordato l’autore.
Sul tema del velo, Notarangelo ha osservato un cambiamento rispetto ai suoi primi viaggi degli anni Novanta: sempre più donne lo rimuovono in strada, accettando il rischio di conseguenze. «C’è ancora un doppio binario: fuori una cosa, in casa un’altra. Nelle case private, anche nel 1993, c’era il vino fatto in casa.»
Una gioventù che vuole andarsene
La nota più amara della serata riguarda il futuro. «Ho chiesto a quasi tutti i giovani che ho incontrato cosa volessero fare nella vita», ha raccontato Notarangelo. «La risposta è stata sempre la stessa: emigrare.» Una generazione con dottorati di ricerca che di notte fa il tassista, disincantata dopo le rivolte soffocate nel sangue, stanca di un regime percepito come corrotto. «I figli degli ayatollah sono multimilionari, vivono negli Stati Uniti e guidano auto di lusso. La gente lo vede, e non lo tollera più.»
Un ritratto scomodo e affettuoso insieme, quello che Notarangelo consegna al lettore: un Iran che non è quello dei titoli dei giornali, ma un paese vivo, antico e profondamente umano.
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