Lo sciacallaggio sulla cronaca nera

21 Luglio 2026 - 09:25
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La morte di una persona durante un arresto, indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla sua professione e dalle circostanze che hanno preceduto l’intervento della polizia, suscita interrogativi inevitabili e inquietanti. A Bologna, l’arresto di un facchino marocchino che aveva dato in escandescenze e danneggiato un’auto è finito in tragedia. Si parla di una possibile crisi asmatica, si dovranno verificare le modalità dell’immobilizzazione e i tempi dell’intervento sanitario. Esistono un video, inchieste interne e un’indagine della magistratura. È esattamente così che deve funzionare uno stato di diritto: raccogliere prove, stabilire i fatti, individuare eventuali responsabilità. Ciò che non serve, anzi ostacola la ricerca della verità, è trasformare immediatamente un caso di cronaca in una bandiera politica. A sinistra, una parte del dibattito ha già deciso che la polizia bolognese si sarebbe comportata come l’Ice americana, come se la nazionalità della vittima fosse sufficiente a dimostrare la natura razzista dell’intervento. A destra, la reazione speculare consiste nel sostenere che le forze dell’ordine abbiano ragione per definizione, che chi viene arrestato sia automaticamente responsabile anche della propria morte e che ogni domanda equivalga a un’accusa contro la polizia.

E’ lo stesso cortocircuito visto nel caso di Mario Roggero, ma a parti invertite. Lì una parte della destra non ha atteso le sentenze, non ha distinto la legittima difesa dall’inseguimento e dalla vendetta, non ha accettato che la ricostruzione dei fatti spettasse ai giudici. Ha scelto il commerciante contro i rapinatori e, sulla base di questa divisione morale, ha stabilito in anticipo chi avesse ragione. A Bologna una parte della sinistra rischia di fare lo stesso: sceglie la vittima contro la polizia e ricava dall’identità dei protagonisti il verdetto. La simmetria è evidente. Da una parte si trasforma la paura in assoluzione preventiva; dall’altra si trasforma il sospetto in condanna preventiva. In entrambi i casi la sicurezza viene regolata dalla forza delle emozioni, non dalla forza dello stato di diritto. Roggero diventa l’eroe perché ha sparato ai rapinatori; il facchino marocchino diventa la prova di un abuso razzista prima che le indagini abbiano chiarito come sia morto. Ma i fatti non diventano più veri perché confermano il pregiudizio della nostra parte.

La politica dovrebbe avere il coraggio di fermarsi un passo prima del tribunale improvvisato. Difendere la polizia significa anche pretendere che ogni suo intervento sia controllabile. Difendere una vittima significa anche non usarla come materiale propagandistico. La giustizia non consiste nello scegliere subito da che parte stare. Consiste nel lasciare che prove, testimonianze e responsabilità vengano accertate senza il rumore della tifoseria.

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