Lo scisma dei lefebvriani e la sfida di Leone: il nodo della Tradizione nella Chiesa di Roma

Le ordinazioni episcopali del primo luglio celebrate a Ecône dai lefebvriani sono destinate a lasciare uno strascico molto lungo e le vicende ad esse legate terranno banco nella Chiesa cattolica probabilmente per anni. Chiunque pensi che le posizioni fra i contendenti possano essere definite in modo manicheo, di qua i fedeli al Papa, di là gli scismatici scomunicati, cadrebbe in errore, poiché oggi, più che in altre situazioni, pur non essendo la situazione per nulla eccellente, c’è grande confusione sotto il sole.
Reazioni dei cardinali conservatori
Fra le reazioni più importanti, troviamo quelle dei cardinali “conservatori”, anche loro legati alla liturgia tradizionale. Questi porporati, marginalizzati nel precedente pontificato, hanno spesso sposato alcune critiche verso le posizioni emerse dal Concilio Vaticano II e hanno manifestato la necessità di prevedere la libertà di celebrare la messa tridentina. Essi rappresentano dunque una “via alla Tradizione” interna alla Chiesa, ostacolata e messa costantemente in minoranza. La stessa via percorsa dagli Istituti che hanno ottenuto, dal 1988 in poi, il permesso di celebrare la liturgia antica non volendo seguire Lefebvre. Questi cardinali, punto di riferimento per molti, hanno criticato profondamente la scelta della Fraternità San Pio X, in quanto la fedeltà al Papa è il presupposto per ogni cattolico.
La presa di posizione del cardinale Müller
Molto duro il Cardinale Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il prelato tedesco (e ratzingeriano) ha paragonato i lefebvriani ai protestanti, «si comportano come Lutero cinque secoli fa: accetterò il Papa quando il Papa accetterà la mia idea di tradizione. Tutto questo è ridicolo», ha dichiarato al Corriere della Sera. Sempre Müller, all’ultimo concistoro ha auspicato però che la messa tridentina possa essere celebrata nella Chiesa, tornando all’assetto previsto prima da San Giovanni Paolo II, con l’istituzione di una commissione apposita, Ecclesia Dei, poi con il Motu Proprio Summorum Pontificum. Un’altra richiesta è quella dell’istituzione di una commissione internazionale per replicare alla San Pio X su basi teologiche.
Il cardinale Sarah: «Quante anime rischiano di perdersi a causa di questa nuova rottura?»
Sulla stessa linea si è espresso già da tempo il cardinale Sarah, autorevolissimo e noto per la sua profondità. Il prelato guineano, evangelizzato in giovane età dai padri spiritani – gli stessi di cui era superiore proprio monsignor Lefebvre prima di distaccarsene non volendone seguire la deriva progressista – ha messo in guardia dalle volontà scismatiche: «C’è chi dice che questa decisione, che disobbedirebbe alla legge della Chiesa, sarebbe motivata dalla legge suprema della salvezza delle anime: suprema lex, salus animarum, ma la salvezza è Cristo e Lui si dona solo nella Chiesa. Come si può pretendere di condurre le anime alla salvezza attraverso vie diverse da quelle che Lui stesso ha indicato? È volere la salvezza delle anime strappare il corpo mistico di Cristo in modo forse irreversibile? Quante anime rischiano di perdersi a causa di questa nuova rottura?».
L’analisi del cardinale Burke
Anche l’americano Burke, forse il più noto fra i cardinali tradizionalisti, ha criticato la scelta delle ordinazioni: «La situazione attuale non costituisce uno stato di necessità perché, in realtà, l’idea di fondo è che i fedeli che sono nella FSSPX non possano vivere la loro fede cattolica nella Chiesa senza avere una chiesa dentro la Chiesa».
Reazioni del popolo
Come sempre accade, il popolo dei fedeli si è diviso in più fazioni, non necessariamente coincidenti con quelle ecclesiastiche. Al di là della condanna per il gesto scismatico che ha turbato l’Orbe cattolico, delle accuse di gallicanesimo e delle reazioni offensive e sprezzanti di molti preti e cattolici da parrocchia, molti si sono interrogati sullo stato della Chiesa attuale. Proprio nelle stesse ore in cui avvenivano i fatti di Ecône, il cardinale Radcliffe benediceva una coppia omosessuale, destando ampio sconcerto. Certo, è il pensiero di vasta parte degli osservatori, questo cardinale accetta il Vaticano II, quindi tutto gli è concesso?
Portavoce di un’osservazione simile è stato il seguito e autorevole blog di Messainlatino.it, che ha da sempre chiarito la propria distanza dalla Fraternità San Pio X e la propria vicinanza al Papa, rimarcando però che «siamo sconcertati da constatare tanta durezza nei confronti della FSSPX e non pari severità nei confronti di quegli ecclesiastici (e “teologi” anche nostrani) che commettono scandali teologici e propinano teorie (già definite) eretiche in ambito progressista, dottrinale e liturgico».
Il nodo delle scomuniche
Il giorno successivo alle consacrazioni, il Vaticano ha agito con una solerzia invidiabile e forse calcando un po’ troppo la mano. In un primo momento, il Decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede sembrava scomunicare tutti – vescovi illeciti, sacerdoti e laici – con una formula netta: «Si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae».
Successivamente, con una nota esplicativa, che si richiama ai testi degli anni ‘80 e ‘90, è stato chiarito che la scomunica vale per i laici che aderiscono esplicitamente, condividendone i fini, alla Fraternità. Infine con un terzo documento, un vademecum per accogliere i fedeli che volessero dissociarsi dalla San Pio X, è stato ulteriormente chiarito che i laici che abbiano frequentato la Fraternità «solo per motivi liturgici o spirituali» e quelli che «pur consapevoli delle tensioni con la Santa Sede, non rifiutano il Magistero o l’autorità del Romano Pontefice», non sono da ritenere scismatici e scomunicati.
Il problema della Tradizione che si pone per Leone
Non è passato inosservato il passaggio contenuto nel vademecum destinato alle diocesi, redatto per trattare le casistiche dei fedeli che vogliano lasciare la Fraternità e tornare pienamente in comunione con Roma. I laici che frequentano le messe celebrate dai lefebvriani infatti, se lo fanno per «motivi spirituali e liturgici», senza condividere lo spirito scismatico, non sono infatti soggetti a scomunica. Sembra che il Dicastero e dunque il Papa stesso riconoscano l’esigenza di assistere alle celebrazioni vetus ordo manifestata da alcuni fedeli.
Leone XIV a questo punto, dovrà in qualche modo affrontare il nodo fondamentale della Tradizione nella Chiesa. Affermare infatti, come fanno molti, che la prima Tradizione è la fedeltà al Papa non è certo una soluzione al problema, laddove la pretesa di fedeltà non sia accompagnata da una volontà dell’Autorità di essere effettivamente il Papa di tutti i cattolici, anche quelli legati alla liturgia antica, la stessa celebrata dai papi e dai santi fino a pochi decenni fa. La maggioranza dei tradizionalisti vuole rimanere Sub Petro e dunque Pietro non può rimanere sordo.
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