L’omicidio Ravasio e la “tela” della mantide: “Ferretti disposto a cadere all’inferno pur di stare con lei”

Maggio 18, 2026 - 15:50
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L’omicidio Ravasio e la “tela” della mantide: “Ferretti disposto a cadere all’inferno pur di stare con lei”
giustizia generica tribunale busto arsizio

«Massimo Ferretti era disposto a cadere all’inferno con Adilma Pereira Carneiro, pur di stare con lei». La difesa di Massimo Ferretti ha chiesto il minimo per la pena per l’ex amante della “mantide” di Parabiago, accusata di essere la regista dell’omicidio del compagno Fabio Ravasio, 52enne di Parabiago ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga.

Lunedì 18 maggio la difesa dell’uomo ha ricostruito in aula il ruolo dell’ex barista nel delitto, parlando di una «significativa influenza» su Ferretti di Adilma Pereira Carneiro, «furba» e «scaltra» al punto da riuscire a coinvolgere otto persone «in un delitto così efferato» in «una cittadina insignificante come Parabiago». Per la legale che assiste Massimo Ferretti, l’avvocato Debora Piazza, la donna, come un ragno, avrebbe tessuto «la sua tela per intrappolare le proprie prede piano piano», prima «profilando» le vittime, individuandone gli «aspetti deboli», poi mostrandosi come «una persona benevola, melliflua» e «mostrificando Fabio Ravasio». Tutte menzogne che raccontava per «sminuire il valore» delle vittima e quello della sua vita, tanto da spacciarlo per malato così che ucciderlo sembrasse meno grave.

La «discesa agli inferi» di Ferretti, per la difesa, sarebbe iniziata «in una giornata come tante al bar», quando l’uomo ha conosciuto Adilma Pereira Carneiro. Poi «una parola tira l’altra» e a poco a poco la donna sarebbe arrivata a chiedere il numero di telefono al barista, ben sapendo del suo “debole” per le donne sudamericane. Nel giro di poco poi Ferretti avrebbe «perso la testa», al punto che «nessuno lo riconosceva più», in un quadro in cui avrebbero avuto un «ruolo determinante» anche i «riti magici» praticati dalla donna, a più riprese richiamati nel processo.

Davanti alla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), l’avvocato di Massimo Ferretti ha provato a smontare la ricostruzione del suo ruolo di «ideatore» del delitto, sottolineando come l’imputato non abbia «mai preso iniziative», facendo invece «tutto quello che gli diceva Adilma». Non solo: la difesa ha anche parlato di un Ferretti «sconvolto» dopo il delitto, che «non riusciva più ad alzarsi dal letto», evidenziando come nel processo abbia dovuto difendersi «più che dalle accuse della Procura, da un attacco vile ed ingiustificato» degli altri imputati, tacciati di aver mentito «nel bieco tentativo di salvarsi a scapito» del suo assistito.

A più riprese la difesa, che ha descritto Ferretti come «la prossima vittima designata» della “mantide”, ha parlato di «banalità del male», di «assenza di pensiero», quel «pensiero che è mancato a Ferretti come era stato previsto e voluto da Adilma», che lo avrebbe «scelto» proprio per questo motivo. La legale ha inoltre sottolineato in più passaggi le «condizioni mentali» dell’uomo, spinto dalla “mantide” a «commettere un crimine che altrimenti non avrebbe mai commesso» anche in virtù di una «deficienza psichica» che, pur non integrando gli estremi del vizio di mente, come stabilito dalla perizia, ha giocato un suo ruolo. E ha ribadito la «collaborazione immediata» fornita dall’imputato, «determinante per l’accertamento della verità», e la sua «forte presa di coscienza», che lo ha portato a chiedere l’accesso alla giustizia riparativa, «unico a non stare al gioco ma a mettersi in gioco, accettando di trovarsi di fronte al giudizio più severo, quello delle vittime».

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