Luigi Spera come Cospito, condannato per le sue idee: aveva protestato contro le armi alla Turchia
Il filosofo scozzese David Hume affermava che la ragione è la prostituta delle passioni. Ragionamenti lineari, rigorosi, serrati, sono dettati il più delle volte dall’abitudine, ovvero filtrati da rappresentazioni, pregiudizi e categorizzazioni inerenti alla considerazione dei fatti e delle persone che si analizzano e giudicano. Nel caso degli anarchici italiani, da sei decenni, l’asserzione di Hume trova più di un triste inveramento. Essere anarchici equivale ad essere di per sé pericolosi per l’ordine pubblico. Le azioni dimostrative finiscono per essere un corollario della pericolosità, giustificando l’applicazione di misure repressive eccessive.
La vicenda dell’anarchico palermitano Luigi Spera rientra appieno all’interno di questo schema. La notte del 26 novembre 2022, la sede palermitana della Leonardo, specializzata nella produzione di armamenti, diviene oggetto di un lancio di fumogeni e petardi, operato mentre i dipendenti sono assenti. L’azione viene spiegata attraverso un volantino, che la motiva in relazione alla protesta contro la fornitura di armi alla Turchia, che le utilizza per reprimere la popolazione curda e le opposizioni. Gli inquirenti puntano subito il dito sul Vigile del Fuoco Luigi Spera, calcando la mano. Le accuse sono di istigazione a delinquere, attentato con finalità di terrorismo, detenzione e porto d’armi micidiale. Spera viene arrestato, e detenuto per un anno e mezzo, fino alla condanna pronunciata il 27 maggio dalla Corte d’Assise palermitana. La quale, pur rigettando le accuse più gravi, tra l’altro confutate dai periti, ha condannato Spera alla pena di 4 anni, 9 mesi, 15 giorni e a 10 mila euro di multa.
La severità della condanna, specialmente di fronte alla caduta delle accuse più gravi, suscita più di una perplessità. Spera, in quanto anarchico, apparterrebbe a una frangia estremista, violenta. Come Alfredo Cospito, al quale non si vuole togliere il 41 bis. Come i 91 fermati a Roma il 29 marzo durante una commemorazione. Se ne deduce che la magistratura palermitana ha emesso una sentenza sulla scia dei pregiudizi e dei giri di vite nei confronti dei militanti anarchici, seguendo i loro colleghi romani che hanno giudicato sovversiva una canzone storica come Addio Lugano Bella.
La sentenza contro Spera risente del pregiudizio verso chi vuole manifestare le proprie ragioni a partire da un’ideologia radicale. Il monito viene esteso dagli anarchici a tutte le altre soggettività che animano la galassia dei movimenti. Va registrato il paradosso che caratterizza la magistratura italiana: da un lato combatte aspramente il governo ogni volta che cerca di limitare il proprio potere. Dall’altro lato, quando si tratta di dissenso politico, recepisce prontamente i dettami dei decreti sicurezza. Che si innesta su di un humus coltivato fin dagli anni Settanta. Sarebbe il caso che i giudici italiani leggessero Hume. Per lasciarsi alle spalle Torquemada.
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