Ma perché il Milan non pensa a Farioli? Una scelta "di rottura" di cui il club - e la Serie A - avrebbe tanto bisogno

Maggio 04, 2026 - 10:55
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Farioli potrebbe essere il nome giusto per rilanciare il Milan?

C’è una tentazione, quando si giudica un allenatore giovane, che andrebbe evitata con cura: quella di ridurlo alla fotografia dell’oggi.


Nel caso di Francesco Farioli, fresco vincitore del campionato portoghese col Porto, questo impulso è probabilmente ancora più forte. Perché si sa, saltare sul carro dei vincitori è pratica in cui restiamo campioni del mondo indiscussi qui in Italia.


Eppure - anche e soprattutto alla luce di questa stagione del Milan fatta più che altro di un "calcio episodico" che puntualmente, come previsto e prevedibile, sta presentando il conto in queste giornate (qui eravamo stati facili profeti) - la voglia di accostare qualcosa di nuovo e giovane come Farioli a un club dalla storia e la tradizione del Milan, è tanta.

E’ tanta perché pur avendo solo 37 anni, Farioli è un allenatore che ha già conosciuto picchi e cadute, accelerazioni improvvise e bruschi rallentamenti. Nella stagione 2023/24 ha portato il Nizza in Europa League, costruendo una squadra organizzata, moderna, capace di controllare il ritmo delle partite. Oggi quel Nizza, senza di lui, arranca al quartultimo posto della Ligue 1 e lotta per non retrocedere. Destino frequente di progetti giovani, costruiti su idee del singolo più che su strutture consolidate.

Lo stesso schema in qualche modo si ripete all’Ajax della stagione 2024/25. Farioli con i Lancieri sfiora il titolo, arrivando a un punto da un trionfo che avrebbe avuto del clamoroso ma dilapidando al tempo stesso un vantaggio siderale nell’ultima parte di stagione. Un flop che aveva divertito la tribuna social dei solòni che tutto sanno, o pensano di sapere. La qualità di quel lavoro infatti la comprendiamo cristallina oggi, con un Ajax quarto in Eredivisie e staccato di ventitré punti - 23! - dal PSV Eindhoven.

E poi c’è il presente: il titolo in Portogallo conquistato matematicamente sabato sera. Un successo che, preso isolatamente, potrebbe sembrare “normale” per un club che nel nostro immaginario collettivo resta di alto livello, ma che in realtà veniva da stagioni opache e da gestioni complicate dal post-Conceicao in poi.

Due terzi posti rispettivamente a 11 e 18 punti dallo Sporting Lisbona campione; e poco e nulla in quelle coppe europee dove il Porto era sempre stato una costante. Un crisi, anche d’identità. Culminata in qualche modo con i risultati umiliati del Mondiale per Club della scorsa estate, in un 4-4 contro gli arabi dell’Al Ahly e una sconfitta contro gli americani dell’Inter Miami. Farioli non ha semplicemente vinto: ha ricostruito un contesto.

Ed è qui che il discorso si sposta sul Milan.

Il Milan, nella sua storia più alta, non è mai stato un club conservativo. Da Arrigo Sacchi fino alla sofisticazione europea di Carlo Ancelotti, l’identità rossonera si è sempre nutrita di calcio propositivo, dominante, quasi ideologico. Non solo vincere, ma imporre un’idea. Il famoso “In Italia, in Europa, nel Mondo” di berlusconiana memoria. 

Farioli, in questo senso, è sorprendentemente “milanista” senza aver mai allenato il Milan.

Le sue squadre cercano il controllo attraverso il pallone, costruiscono dal basso con coraggio, difendono in avanti, accettano il rischio come parte del processo. Ma soprattutto hanno ritmo e pressing: ciò che impone la contemporaneità, come giustamente sottolineato anche in settimana da Luciano Spalletti.

Farioli non è un pragmatico, non è un gestore: è un allenatore che chiede tempo e fiducia per sviluppare un linguaggio calcistico preciso; evidentemente efficace considerando ciò che dice la sua storia recente, seppur in campionati ‘minori’ come Francia, Olanda e Portogallo. E questo è esattamente ciò che il Milan ha smesso di cercare negli ultimi anni, oscillando tra identità ibride e compromessi tattici.

Certo, scegliere Farioli significherebbe accettare l’incertezza. I suoi percorsi non sono lineari, le sue squadre possono attraversare momenti di crisi, e la sua giovane età lo espone inevitabilmente ancora a qualche errore. Ma è proprio questa la natura della scelta: non una garanzia, bensì una direzione. Quella che dovrebbe prendere il Milan. Un Milan che non ha più bisogno solo di un allenatore che “faccia bene”, bensì qualcuno che riaccenda quell’identità sopita, che ridefinisca il modo in cui vuole stare in campo. E questo tipo di svolta non arriva mai da figure rassicuranti.

Farioli rappresenterebbe insomma una scommessa. Culturale, prima ancora che tecnica. Una scelta che guarderebbe più a un Milan che vorrebbe ‘tornare a essere’, anziché al Milan ‘da quarto posto’ a cui ormai ci siamo abituati anche nel linguaggio comunicativo. Una figura che per freschezza e idee, almeno per quello mostrato fin qui altrove, parrebbe la scelta di rottura per riportare il club verso quel calcio coraggioso, propositivo, persino un po’ radicale, che in passato lo ha reso un riferimento europeo. Più che una scelta ‘sicura’, una scelta ‘di significato’.

Che certo, poi, andrebbe sostenuta da politiche dirigenziali concrete in un piano per lo meno a medio termine. Ma forse, in questo momento, è proprio quest’ultimo il primo e vero problema del Milan. Chissà che, questo finale di stagione così delicato, non svegli qualcuno là in alto.




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