Magri (ISPI): “Le imprese devono imparare a virare, non a prevedere la rotta”
SCENARI
Magri (ISPI): “Le imprese devono imparare a virare, non a prevedere la rotta”
All’assemblea annuale di Ucimu, Paolo Magri, presidente del Comitato Scientifico ISPI, dà una lettura degli ultimi 20 anni: crollo della leadership americana, regole internazionali indebolite, ritorno dello Stato, debito record, inflazione strutturale e l’incognita della regolamentazione dell’intelligenza artificiale.

Le imprese non devono più provare a prevedere la rotta, ma imparare a correggerla in fretta quando si rivela sbagliata. È la sintesi con cui Paolo Magri, presidente del Comitato Scientifico dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e, per oltre vent’anni, vicepresidente esecutivo dello stesso istituto, oltre che docente di Relazioni Internazionali all’Università Bocconi, ha chiuso il suo intervento all’assemblea annuale di Ucimu – Sistemi per Produrre, il 7 luglio a Milano, dedicata al tema “Progettare il futuro”.
Nello stesso appuntamento sono stati presentati anche i dati di settore: nel 2025 la produzione italiana di macchine utensili, robot e automazione è cresciuta dell’1% a 6,39 miliardi di euro, mentre le esportazioni sono scese del 12% a 3,76 miliardi, complice il crollo del 24,9% registrato in Germania. Un quadro che rende ancora più concreta la lettura di Magri, dopo due crisi internazionali che si sono susseguite nel giro di pochi mesi.
Le due crisi e il paradosso del prezzo dell’energia
Magri parte dalle due emergenze più recenti. La prima è quella tra Russia e Ucraina, che si trascina da quattro anni e che nell’ultimo weekend ha visto un colloquio telefonico di un’ora e mezza tra Donald Trump e Vladimir Putin, senza che ne emergesse alcuna apertura concreta, mentre la Polonia si è detta sotto pressione russa per il sostegno fornito a Kiev, alla vigilia di un vertice NATO.
La seconda, quella sull’Iran, risale a quattro mesi fa e viene descritta da Magri come un “pericolo scampato” più che come una vittoria: da un lato la narrazione di Trump, che presenta l’accordo come un successo personale, dall’altro c’è chi lo legge come una resa dell’amministrazione americana di fronte a Teheran. Nel mezzo un regime che avrebbe dovuto cadere sotto la pressione delle piazze e che invece è rimasto al suo posto, con manifestazioni di sostegno alla guida suprema Khamenei.
Il dato più sorprendente riguarda però l’energia. Le attese erano quelle di uno shock paragonabile – se non peggiore – a quello del 1973, quando il prezzo del petrolio quadruplicò in poche settimane, o del 1979, quando raddoppiò. Questa volta, nonostante lo stretto di Hormuz sia rimasto in gran parte bloccato al traffico, l’aumento è stato compreso tra il 40 e il 50%, con il prezzo poi tornato ai livelli di partenza. Per Magri la spiegazione sta nella capacità dei mercati di riorganizzarsi in fretta – tra scorte, rinnovabili e carbone – ma anche in una tendenza che riguarda chi racconta gli scenari internazionali: “Chi fa informazione spesso calca la mano sugli scenari catastrofici, perché la notizia buona non fa notizia mentre lo scenario catastrofico colpisce tutti”.
Tre tendenze che ridisegnano gli equilibri globali
Superate le due emergenze contingenti, Magri legge i tratti strutturali emersi negli ultimi 15-20 anni, dalla crisi finanziaria del 2008-2009 alla crescita cinese, dalla Brexit al Covid, fino alle due presidenze Trump e alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Un insieme di eventi che ha alimentato un vocabolario ricorrente – permacrisi, età del caos, età dei predatori – che secondo Magri va usato con cautela, perché rischia di far perdere di vista alcune tendenze di fondo.
La prima riguarda la leadership americana. “Il primo trend non è il declino della leadership americana, è il suo crollo: chi guidava il mondo è oggi meno desideroso e meno in grado di farlo”. Qui il tema non è la leadership economica – gli Stati Uniti hanno raddoppiato il PIL in 25 anni – ma quella politica. Un sondaggio ISPI-Ipsos condotto in Italia mostra una quota di chi considera gli Stati Uniti un alleato affidabile superiore a chi risponde di no, ma segnala anche una parte consistente di intervistati convinta che l’Italia debba comunque emanciparsi da Washington. A livello internazionale, secondo i sondaggi citati da Magri, gli Stati Uniti sono percepiti dagli europei come una minaccia alla pace superiore alla Russia di Putin, mentre la Cina raccoglie un giudizio nettamente più positivo rispetto al passato.
La seconda tendenza riguarda chi, fino a poco tempo fa, si limitava a seguire le indicazioni americane. Oggi Paesi come Israele, la Turchia, il Pakistan, l’Egitto, il Qatar e l’Arabia Saudita agiscono con crescente autonomia, arrivando in alcuni casi a mediare conflitti in cui in passato sarebbero stati gli Stati Uniti a intervenire: “Un tempo questi Paesi creavano i problemi e gli americani mediavano. Adesso abbiamo l’America che crea il problema e questi Paesi che mediano”, dice Magri.
La terza tendenza è l’indebolimento delle regole condivise e delle istituzioni internazionali, dal WTO alle organizzazioni multilaterali, un fenomeno che Magri considera più marcato della semplice crisi del diritto internazionale, mai stato peraltro pienamente rispettato. Per descrivere l’insieme di questi tre fenomeni Magri usa l’immagine di un’orchestra: “Immaginate un’orchestra di 200 musicisti dove lo spartito si perde e il direttore se ne va. Non è detto che i musicisti si ammazzino fra loro, ma nessuno vuole più suonare il triangolo: tutti cercano di alzare il volume o di diventare primo violino”.
Il ritorno dello Stato e il costo della protezione
Dalla combinazione di queste tendenze nasce, secondo Magri, un mondo più ansioso e più bisognoso di protezione. Protezione che si traduce anzitutto in riarmo – si torna a discutere di leva volontaria od obbligatoria in diversi Paesi – ma anche, e per le imprese soprattutto, in protezione economica: dazi, controdazi, sanzioni, limiti all’export, politiche di buy Italian o buy American, accorciamento delle catene di fornitura. Un passaggio che Magri descrive come il superamento del principio del just in time a favore di quello del just in case.
La protezione, però, non è un obiettivo tipico delle imprese, che sul mercato competono per il profitto: l’impresa ha altri obiettivi, “è lo Stato” a doversene occupare, come già avvenuto durante il Covid, tornando così centrale nella politica industriale. Un compito reso più complesso per l’Europa, spiega Magri, perché a differenza degli Stati autoritari o delle singole democrazie nazionali si tratta di un insieme di 27 Paesi democratici, con tempi di reazione necessariamente più lunghi.
Il nodo più concreto è quello del finanziamento. Il piano Draghi per la protezione economica e militare dell’Europa vale 1.000 miliardi di euro, cinque volte il bilancio comunitario, e l’unica strada per reperire questa cifra è il debito. Un debito che si somma a un debito mondiale già raddoppiato in 25 anni e che deve essere sostenuto da popolazioni sempre più anziane: “In 25 anni abbiamo raddoppiato il debito mondiale, e lo affrontiamo con popolazioni sempre più anziane: chi produce debito – sanità, pensioni – cresce, mentre si riduce il numero di giovani chiamati a ripagarlo”. Sui nati nel 2025 la crescita demografica riguarda ormai quasi soltanto l’Asia – pur già in deficit demografico, con più morti che nascite – e l’Africa, unica area del mondo, con 40 Paesi su 200, dove le nascite superano ancora i decessi.
A questo si aggiunge un’inflazione strutturale, moderata ma persistente, conseguenza diretta della scelta di privilegiare sicurezza e prossimità rispetto al prezzo più basso: “Se scegliamo l’energia più sicura invece di quella più economica, se produciamo i microchip in casa pagandoli di più, se importiamo terre rare dagli alleati anziché dalla Cina, tutto questo comporta un’inflazione strutturale: come una linea di febbre che non fa stare male, ma non se ne va”.
Sul fronte energetico Magri segnala un paradosso specifico della transizione ecologica europea, che vede il continente acquistare energia da due concorrenti industriali diretti – il gas dagli Stati Uniti, il fotovoltaico e le altre tecnologie verdi dalla Cina – anziché, come in passato, da Paesi privi di una propria industria manifatturiera (gli Stati arabi): “L’obiettivo è diventare verdi senza diventare rossi”, riferendosi alla dipendenza dalla filiera cinese, in un quadro in cui il differenziale di prezzo dell’energia in Italia resta tra i più alti d’Europa.
L’incognita dell’intelligenza artificiale
Su tutti questi elementi Magri colloca quella che definisce l’incognita più grande, l’intelligenza artificiale: per alcuni è la soluzione ai problemi appena descritti, per altri ne è l’amplificatore, e nessuno è davvero in grado di stabilire quale delle due letture prevarrà. Il punto che gli preme sottolineare riguarda il contesto in cui questa tecnologia si sviluppa: un mondo senza una guida condivisa e senza regole comuni non è quello più adatto ad affrontare collettivamente la sua regolamentazione.
“Tutti sappiamo che l’intelligenza artificiale va regolamentata, ma ciascuno teme di farlo per primo e di perdere un vantaggio competitivo”, osserva Magri, escludendo scenari di cooperazione imminente su questo fronte.
Le lezioni per le imprese: virare più che prevedere
Chiudendo il suo intervento, Magri propone alla platea tre chiavi di lettura operative. La prima è la consapevolezza che molti dei cambiamenti descritti non sono episodi transitori ma strutturali, destinati a restare indipendentemente da chi guiderà la Casa Bianca nei prossimi anni: “Otto anni fa, quando un presidente americano diceva di non voler usare una tecnologia perché più insicura anche se migliore della propria – il riferimento è al caso Huawei – sembrava un’assurdità. Oggi lo stesso ragionamento si applica a molti altri settori”.
La seconda è la necessità per le imprese di dotarsi di “antenne” sulla geopolitica, senza per questo aver bisogno di un analista internazionale in ogni consiglio di amministrazione.
La terza, e la più importante secondo Magri, è che la competenza richiesta oggi non è prevedere la rotta – nessuno, in questa fase, è davvero in grado di farlo – ma saperla correggere in fretta quando si rivela sbagliata: la stessa dimensione contenuta delle imprese italiane, spesso considerata un limite, ha permesso al sistema industriale del Paese di cambiare rotta più rapidamente della Germania quando lo scenario si è complicato.
Magri chiude con una nota personale: da anni gira le assemblee di categoria a raccontare scenari internazionali non semplici, e proprio da questi incontri, dice, ha tratto negli anni un po’ di ottimismo, perché i problemi che gli imprenditori gli riportano restano concreti – la difficoltà a trovare tornitori o autisti – più che esistenziali.
Un’ultima considerazione Magri la riserva all’Europa, spesso descritta come lenta e incapace di agire: il piano Draghi, presentato due anni fa, avrebbe già raggiunto un livello di attuazione del 40-50%, un dato che l’opinione pubblica ignora quasi del tutto. “L’Europa è un po’ come Alice nel paese delle meraviglie: corre a perdifiato eppure sembra ferma”, ha detto Magri, ricordando che nessun Paese membro chiede oggi di uscirne, mentre altri dieci sono in fila per entrarvi.
L'articolo Magri (ISPI): “Le imprese devono imparare a virare, non a prevedere la rotta” proviene da Innovation Post.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)