«Meloni rompe i c…»: gli insulti dei trafficanti di migranti nelle intercettazioni della Procura di Taranto. Chi sono i 30 arrestati

Sono 30 le misure cautelari eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo di Taranto nell’ambito di una vasta inchiesta sul Decreto Flussi. Secondo la Procura, un’organizzazione avrebbe sfruttato in modo sistematico le procedure previste per l’ingresso dei lavoratori extracomunitari, trasformandole in un business milionario basato su permessi di soggiorno ottenuti con documentazione falsa e rapporti di lavoro inesistenti. L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, arriva a due anni dall’esposto con cui Giorgia Meloni aveva chiesto maggiori controlli sul sistema, denunciando anomalie nel numero delle domande presentate.
Decreto Flussi, 30 arresti: come funzionava il sistema
Le misure cautelari sono state eseguite nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. Al vertice della presunta associazione a delinquere, secondo gli investigatori, ci sarebbero l’avvocato tarantino Michele Cervellera, 63 anni, e Antonio Damiano Milella, 52 anni, già noto alle forze dell’ordine.
L’organizzazione avrebbe creato una rete composta da intermediari stranieri, datori di lavoro compiacenti, consulenti e Caf. Gli intermediari reclutavano cittadini extracomunitari interessati a entrare in Italia, concordando il prezzo da pagare. Successivamente venivano predisposte domande di nulla osta al lavoro attraverso il portale “Ali” del Ministero dell’Interno, indicando posti di lavoro che, secondo l’accusa, erano in molti casi fittizi o comunque non necessari alle aziende coinvolte. Una volta ottenuto il nulla osta ministeriale, gli stranieri completavano l’iter presso consolati, ambasciate e prefetture, arrivando così a ottenere il permesso di soggiorno.
Ogni pratica valeva 6.500 euro
Secondo gli inquirenti, ogni ingresso fruttava 6.500 euro. Di questi, 5.000 euro finivano al datore di lavoro compiacente, 1.000 euro al procacciatore e 500 euro all’avvocato che seguiva la pratica. Le intercettazioni documentano anche un linguaggio in codice utilizzato per parlare del denaro. I soldi venivano chiamati “mandarini”, ma anche “caffè” o “caffettino”, termini usati per mascherare i pagamenti durante le conversazioni telefoniche.
Le intercettazioni: «Meloni rompe i c…»
L’inchiesta richiama direttamente anche l’attività del governo sul fronte del contrasto alle irregolarità nel Decreto Flussi. Le verifiche presero infatti impulso dopo l’esposto presentato nel giugno 2024 dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, in cui venivano segnalate anomalie tra il numero delle richieste di ingresso e l’effettivo fabbisogno di manodopera dichiarato dalle aziende. Nelle intercettazioni uno degli indagati commenta con fastidio proprio quell’iniziativa della premier, spiegando a un interlocutore che il governo aveva disposto controlli più severi dopo aver rilevato un numero anomalo di domande concentrate soprattutto tra Campania e Puglia. In un passaggio dell’ascolto, l’avvocato afferma che Meloni stava “rompendo i c…”, lamentando il rafforzamento delle verifiche sulle pratiche.
L’inchiesta conferma i sospetti sulle irregolarità
Per gli investigatori, il sistema avrebbe consentito l’ingresso in Italia di centinaia di cittadini extracomunitari sfruttando in modo fraudolento uno strumento nato per rispondere alle reali esigenze del mercato del lavoro. L’operazione rappresenta uno dei più importanti interventi giudiziari contro le frodi legate al Decreto Flussi e arriva dopo mesi di controlli rafforzati voluti dal governo Meloni proprio per contrastare le infiltrazioni criminali e il mercato dei falsi rapporti di lavoro che ruota attorno all’immigrazione regolare.
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