Mondiali 2026, Aldo Grasso sorprende tutti su Lele Adani: “Non è un telecronista”
I Mondiali 2026 non sono soltanto una sfida sul campo tra le grandi nazionali, ma anche un appuntamento che mette sotto osservazione il modo in cui il calcio viene raccontato in televisione. A riflettere sul ruolo delle voci che accompagnano le partite è Aldo Grasso, che sul Corriere della Sera ha analizzato il cambiamento generazionale in atto tra i telecronisti, evidenziando la perdita di quella riconoscibilità immediata che per anni ha caratterizzato il racconto sportivo.
“Forse per un cambio generazionale, ma non sono più familiari – scrive Grasso, spiegando di aver vissuto una sensazione di spaesamento davanti alle nuove voci del Mondiale -. Spero non sia l’inizio di un precoce deficit cognitivo, ma una delle grandi verità di questi Mondiali trump-infantiniani è che non riconosco più le voci dei telecronisti”. Una trasformazione che il critico televisivo attribuisce probabilmente al ricambio generazionale: “Voglio credere si tratti solo di un traumatico cambio generazionale ma ammetto che mi manca il vecchio piacere dell’immediata riconoscibilità”.
Secondo Grasso, infatti, la voce del telecronista ha sempre avuto un valore particolare: non dovrebbe essere soltanto un accompagnamento tecnico, ma una presenza capace di creare familiarità e rapporto con lo spettatore. “Il telecronista dovrebbe essere una guida ‘amica’; la voce anonima, invece, è come un navigatore satellitare”, osserva.
Tra gli esempi più riconoscibili cita Lele Adani: “Il telecronista dovrebbe essere una guida “amica”; la voce anonima, invece, è come un navigatore satellitare. Per questo amo Lele Adani (che telecronista non è): passionale, visionario e polarizzante. Da opinionista trasforma il commento tecnico in un’omerica serie di spunti epici ed emotivi. Ricorre a toni enfatici, paragoni altisonanti e vere e proprie dichiarazioni d’amore, quasi mistiche, per i suoi idoli divini, tipo Lionel Messi o Kylian Mbappé. Ma d’altronde, è Lele Adani”.
Nel panorama televisivo italiano resta poi una figura come Stefano Bizzotto, indicato come esempio di equilibrio e sobrietà. “Lo riconosco per la sua encomiabile sobrietà, la misura e quella sua ostinata tendenza a privilegiare la descrizione della realtà rispetto all’enfasi da circo”, scrive il critico, definendolo “un’oasi di calma nel deserto del baccano”.
Su DAZN, invece, il riferimento è Pierluigi Pardo, che negli anni ha costruito uno stile immediatamente riconoscibile, capace di unire il racconto sportivo tradizionale a un linguaggio più moderno e vicino al pubblico. Per Grasso, Pardo è “a metà strada tra la telecronaca per amici e il racconto d’autore”.
La sua caratteristica principale è trasformare anche gli episodi più semplici della partita in una narrazione più ampia, attribuendo significati che vanno oltre la cronaca pura. “Lontano dalla solennità un po’ ingessata della vecchia guardia televisiva, Pardo ha sdoganato un registro colloquiale, moderno e decisamente pop”, sottolinea Grasso, precisando però che questa leggerezza non coincide con superficialità.
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