«Morire di Speranza», Veglia in memoria dei migranti morti in viaggio

19 Giugno 2026 - 16:43
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«Morire di Speranza», Veglia in memoria dei migranti morti in viaggio

A conclusione della settimana della Giornata mondiale del Rifugiato, la Comunità di Sant’Egidio e Genti di Pace promuovono un’iniziativa per ricordare i tanti, troppi morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa in cerca di salvezza.

Domenica 21 giugno alle 18.30 si svolgerà a Milano, insieme a tanti migranti, la Veglia ecumenica «Morire di Speranza», per ricordare tutti coloro che hanno perso la vita nei viaggi della speranza verso l’Europa. Perché la loro memoria non vada perduta. Perché non accada più. «Ibrahim, Blessing, la piccola Desirée, Shiri…»: durante la preghiera saranno letti i nomi e le storie di quanti hanno intrapreso questo viaggio e sono morti nel tentativo di raggiungere il nostro continente. La Veglia nasce dal bisogno di ricordare e di dire ad alta voce quei nomi che il mare ha inghiottito, che il deserto ha inghiottito. Un’invocazione perché nasca una cultura di accoglienza, cessino le morti nel Mediterraneo e un altro futuro sia possibile.

I partecipanti

La preghiera ecumenica, che si tiene a Milano presso la chiesa di San Bernardino alle Monache (via Lanzone 13, M2/M4 Sant’Ambrogio), sarà presieduta da monsignor Luca Raimondi, vescovo ausiliare di Milano, con partecipanti delle Chiese cristiane e delle tante associazioni che lavorano ogni giorno per dare un futuro a chi arriva nel nostro Paese. Prenderanno parte alla preghiera anche diversi profughi accolti in questi anni a Milano, molti dei quali frequentano le Scuole di Lingua e Cultura Italiana della Comunità di Sant’Egidio e che ricorderanno i loro compagni morti nei viaggi. Tra di loro, tanti che sono arrivati attraversando il Mediterraneo o per la Totta balcanica, insieme a chi invece ha avuto la fortuna di giungere con i corridoi umanitari, il progetto realizzato da Sant’Egidio insieme alle Chiese protestanti italiane, alla Cei e ad altre associazioni, che in dieci anni ha permesso a oltre 7600 persone di raggiungere l’Italia in modo legale e sicuro.

Una tragedia infinita

Si calcola che siano oltre 77 mila le persone morte, senza contare i dispersi, dal 1990 a oggi, nel Mar Mediterraneo o nelle altre rotte, via terra, dell’immigrazione verso l’Europa. Le tragedie del mare non sono affatto finite. Nei primi mesi del 2026 le vittime sono state 1681, e tra loro il 28,8% è rappresentato da donne e bambini. È da sottolineare inoltre che, nonostante si sia assistito negli ultimi anni a una diminuzione degli arrivi, la percentuale delle vittime è invece aumentata: una ogni 47 tentativi di attraversare il Mediterraneo o l’Atlantico, secondo le stime dell’Oim.

«La preghiera “Morire di speranza” è un momento per fermarsi e fare un esame di coscienza, come ha chiesto papa Leone alle Canarie – dice la Comunità di Sant’Egidio -. Esame di coscienza per i Paesi da cui fuggono i migranti perché bisogna trovare le vie di pace. Esame di coscienza per noi europei, che abbiamo chiuso molte delle nostre frontiere. Come Comunità di Sant’Egidio chiediamo all’Europa di adottare i corridoi umanitari per allargare le vie legali e favorire l’arrivo di migranti e rifugiati nei nostri Paesi in modo sicuro».

L’appello di Leone XIV

In occasione della preghiera ecumenica Sant’Egidio rilancia l’appello lanciato da papa Leone XIV alle Canarie perché sia riconosciuto «il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata», come pure «il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini».

«Per ogni donna, uomo, anziano o giovane in cerca di salvezza – spiega Sant’Egidio – continueremo a lottare perché si aprano e si allarghino vie legali di accesso all’Europa. Continueremo ad accogliere e integrare chi ha molto da insegnarci e con i loro occhi e le loro ferite svelare l’inganno dei muri e delle barriere, come la disumanità di ciò che oggi chiamano remigrazione».

 

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