Napoli, il terremoto e le mani sulla città: quando il centrosinistra iniziò la cementificazione selvaggia

01 Agosto 2026 - 20:20
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Napoli, il terremoto e le mani sulla città: quando il centrosinistra iniziò la cementificazione selvaggia

Napoli, il terremoto e le mani sulla città: quando il centrosinistra iniziò la cementificazione selvaggia

Il sisma che ha colpito ieri Napoli e che continuamente la insidia ha certamente della cause “genetiche”. Ma sbaglierebbe chi pensasse che la colpa sia solo della natura, che pure non ha risparmiato una delle nostre città più belle. O, come scrisse il New York Times nel 1920, “la città più bella del mondo”. Che nel dopoguerra conobbe una cementificazione selvaggia.

Dagli anni cinquanta al centrosinistra

Negli anni Cinquanta si iniziò la cementificazione selvaggia. Ma poi si evolse negli anni Sessanta quando si insediò il centrosinistra.

Anche se il “sacco” propriamente detto (quello delle colline del Vomero o di via Marina) era stato avviato dai monarchici, la successiva stagione dei sindaci democristiani e socialisti non fermò la crescita disordinata della città. Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’80 si registrò una seconda ondata urbanistica distorta, caratterizzata dalla nascita di enormi quartieri dormitorio periferici e dall’espansione nell’area nord, spesso segnata da forti infiltrazioni della criminalità organizzata.

Il film di Rosi

Il capolavoro di Francesco Rosi degli anni Sessanta, “Le mani sulla città”, non fu solo registrativo ma anche profetico. Analizzò ciò che stava per accadere. E che sarebbe accaduto. Con la scritta finale abbastanza caustica: “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”. Furono il PCI e il MSI a denunciare il saccheggio, ad opporsi strenuamente.

Gli anni post sismici: un disastro

Dopo il sisma del 1980, l’attenzione dello Stato si concentrò sulla ricostruzione ufficiale e sulle grandi opere pubbliche del PSER (come le Vele di Scampia o i palazzoni di Ponticelli). Questa enorme concentrazione di risorse e controlli sui cantieri pubblici creò una sorta di zona d’ombra nelle periferie. Approfittando di uffici tecnici comunali totalmente intasati dall’emergenza, i privati continuarono a edificare migliaia di rustici abusivi proprio mentre la terra ancora tremava.

Interi quartieri e comuni limitrofi sorsero alle pendici del vulcano, persino sopra le antiche colate laviche, ignorando qualunque vincolo di inedificabilità assoluta. Quartieri occidentali come Pianura, pur essendo esposti al rischio bradisismico e vulcanico dei Campi Flegrei, subirono una saturazione edilizia spontanea impressionanti.

Le stime della Protezione Civile indicano che, in alcune aree della “zona rossa” flegrea, circa il 20% degli edifici residenziali è di origine abusiva. Questo lascia in eredità due enormi problemi gestionali: la forte vulnerabilità strutturale degli immobili in caso di scosse e l’estrema ristrettezza delle vie di fuga in caso di piano di evacuazione, poiché i quartieri abusivi sono nati senza una pianificazione stradale idonea.

Quella saldatura perversa

Tra gli anni Settanta e Ottanta si realizzò la saldatura perversa tra gli imprenditori e la camorra. E questo produsse ancora una occupazione del suolo senza nessun ritegno. Trasformando la città esteticamente e creando emarginazione, come a Scampia, proprio mentre le gerarchie criminali cambiavano dal business del contrabbando al dramma della droga. Oggi c’è una gestione dell’emergenza puntuale. In un territorio fragile che la politica passata ha reso ancora più vulnerabile. Scaricando tutto sulla “natura matrigna”.

 

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