Nedap porta a Milano il confronto sull’Inventory Intelligence. Obiettivo: dal dato all’azione
Nel retail, la distanza tra ambizione omnicanale ed execution resta uno dei nodi più complessi da sciogliere. Il cliente si muove ormai tra negozio fisico, e-commerce, social, marketplace e nuovi touchpoint, aspettandosi coerenza di servizio, disponibilità del prodotto e rapidità di risposta. Ma perché l’unified commerce diventi realmente operativo, non basta moltiplicare i canali: serve una base dati certa, aggiornata e condivisa.
È da questo presupposto che ha preso forma la mattinata di mercoledì 20 maggio sotto al pergolato del ristorante Don Lisander di Milano, dove Nedap ha riunito un gruppo selezionato di manager del retail e della moda per l’executive roundtable & lunch ‘Driving unified commerce: from real-time inventory to results’. Al centro dell’incontro, il caso Capri Group e una roundtable moderata da Camilla Antonioni, giornalista di Pambianco.
Il confronto ha avuto come obiettivo quello di approfondire le condizioni necessarie per trasformare la visibilità dell’inventario in risultati misurabili. Nessuna presentazione commerciale, ma una conversazione tra professionisti chiamati a misurarsi ogni giorno con gli stessi nodi: accuratezza inventariale, execution, disponibilità del prodotto, gestione dello stock, esperienza cliente e trasformazione dei dati in decisioni. Un format che Nedap intende sviluppare ulteriormente in Italia, con nuovi momenti di confronto dedicati all’evoluzione del retail e alle sue sfide operative.
La mattinata si è aperta con l’intervista ‘Capri Group x Nedap: con l’Inventory Intelligence il retail guarda al futuro’, condotta da Sjoerd Dijkstra, sales director Italy di Nedap con il management di Capri Group: il COO Marco Buono e i CEO Salvatore e Francesco Colella. Il gruppo, cui fanno capo i brand Alcott e Gutteridge, ha raccontato il percorso che ha portato l’azienda, grazie al supporto delle soluzioni di Nedap, a trasformare l’inventario da criticità operativa a leva di efficienza e crescita.
“Abbiamo circa 250 negozi con i due brand e siamo un’azienda 100% retail, prevalentemente sul territorio italiano”, ha spiegato Salvatore Colella, ricordando come l’organizzazione del gruppo sia nata e rimanga profondamente orientata al commercio. “Oggi siamo in una fase di razionalizzazione del retail e dei punti vendita, sia per dimensioni sia per location. Molti centri commerciali non sono più validi, molti centri storici sono cambiati e stiamo razionalizzando come stanno facendo molti rivenditori”. E nel nuovo assetto del retail, ha aggiunto Colella, il negozio fisico non perde centralità, ma cambia funzione: “Il cliente al centro per noi significa qualcosa di concreto”.
Il caso Capri Group ha poi portato il confronto sul tema dell’RFID. Francesco Colella ha ricordato come il progetto fosse da tempo nell’agenda dell’azienda, ma avesse bisogno del partner e del momento giusto per essere realizzato su larga scala. “L’RFID è qualcosa che avevamo in mente da anni – ha dichiarato -. Prima, per fare un inventario puntuale dei negozi, oltre all’investimento di personale necessario, il numero non tornava mai in maniera perfetta. L’introduzione dell’RFID e di un partner come Nedap ci ha permesso di realizzare questa idea nel migliore dei modi, con tempi corretti e con un’accuratezza che ci ha davvero sorpreso”. Il beneficio, secondo il gruppo partenopeo, non riguarda solo il dato inventariale, ma l’intero modello di vendita. “Il nostro online gestisce lo stock sia dalla logistica principale sia dai negozi”, ha proseguito il CEO. “Abbiamo un rapporto di circa 70-30: il 70% parte dalla logistica, il 30% dai negozi. Prima dell’introduzione dell’RFID, su quel 30% si perdevano spesso molti pezzi, perché fisicamente poi non erano realmente disponibili. Con l’RFID abbiamo avuto una diminuzione importante di questo fenomeno”. Il passaggio è stato particolarmente rilevante perché riguarda volumi significativi: “Tutto questo su 15 milioni di capi”, ha sottolineato Salvatore Colella. “Al di là del valore economico, il vero valore è quello del cliente. Prima creavamo un disservizio: la mancata spedizione di un pacco si portava dietro customer care e molte altre problematiche”.
A spiegare la dimensione operativa del progetto è stato Marco Buono, che ha ricostruito il percorso di implementazione con Nedap. “In sei mesi abbiamo fatto il rollout del primo brand, Gutteridge: 80 negozi e 2 milioni di capi”, ha raccontato. “L’aspetto importante è stato sia tecnico sia operativo: la semplicità di integrazione informatica, l’utilizzo della soluzione software sia dalla nostra sede centrale sia nei negozi. Poi c’è stato un grande supporto da parte delle risorse Nedap”. E l’impatto sullo stock è stato immediato: “Avere una gestione puntuale dello stock nei negozi ci ha portato l’anno scorso a una riduzione del 20% dello stock all’interno dei punti vendita”, ha specificato il COO. “Quest’anno stiamo viaggiando con un’ulteriore riduzione del 15% rispetto al -20% dell’anno scorso. Prima c’era sempre il timore che il dato non fosse corretto. Oggi, avendo la certezza del dato, possiamo permetterci di ridurre le coperture”. In ultima battuta, la disponibilità del dato, ha aggiunto il dirigente, consente anche di leggere in modo più tempestivo furti, frodi e anomalie operative: “Facendo l’inventario ogni settimana, capiamo subito se in un negozio c’è un problema. Analizziamo i numeri settimanalmente e poi a fine mese, perché una settimana può essere influenzata da eventi specifici, ma guardando il flusso mensile il problema diventa evidente”.
Terminata l’intervista, la mattinata è proseguita con la roundtable, che ha coinvolto manager e professionisti provenienti da primarie realtà del retail, della moda, della tecnologia e dei servizi a supporto dell’omnicanalità. Il confronto si è sviluppato intorno a quattro macro-temi: lo stato del retail italiano, il rapporto tra accuratezza inventariale e performance, la realtà operativa dell’unified commerce e il passaggio dal dato all’azione.

Il primo punto emerso è stato il divario ancora esistente tra visione strategica e operatività quotidiana. Il negozio fisico resta centrale, ma deve essere integrato con l’online e con gli altri canali in modo coerente. In questo scenario, l’inventario non è più stato letto come una funzione logistica, ma come una leva commerciale. Una disponibilità non corretta genera ordini cancellati, disservizi, stock non riassortito e perdita di fiducia; al contrario, un dato preciso diventa il punto di partenza per vendere di più, ridurre inefficienze e sostenere la marginalità.
La discussione ha messo in luce anche la diversa declinazione dell’RFID nei vari segmenti. Nel fast fashion la tecnologia abilita velocità, rotazione e controllo dei volumi. Nel lusso e nel premium, invece, supporta la relazione con il cliente e la qualità del servizio, senza sostituire la cerimonia di vendita. Anzi, consente al personale di negozio di verificare rapidamente taglie, colori, disponibilità in altri store o in magazzini di prossimità, rendendo più fluida l’esperienza.
Un altro tema centrale è stato quello dell’inventario dinamico. Le aziende presenti hanno evidenziato come non esista una frequenza unica valida per tutti: alcuni modelli richiedono conteggi settimanali, altri mensili o a fine stagione, altri ancora una frequenza variabile in funzione delle anomalie. L’obiettivo comune resta però costruire un punto zero affidabile e mantenere aggiornato il dato, perché solo da una base certa possono derivare decisioni corrette su riassortimenti, trasferimenti, allocation e ship from store.
Il passaggio dai dati alle decisioni è stato uno dei punti più discussi. Una maggiore quantità di informazioni non genera valore se non viene tradotta rapidamente in azioni per i team di sede e di negozio. Per questo, nel confronto è emersa la necessità di strumenti più integrati, capaci di alleggerire l’operatività anziché appesantirla. Troppi sistemi separati rischiano di trasformare l’omnicanalità in complessità, mentre il negozio deve poter restare concentrato sulla vendita e sul servizio.
È su questo terreno che si inserisce il lavoro di Nedap, società tecnologica olandese che sviluppa soluzioni per migliorare l’efficienza operativa delle imprese, con un focus particolare sulla gestione dell’inventario e sulla visibilità dello stock lungo l’intera catena di approvvigionamento. Le sue soluzioni RFID permettono di controllare l’inventario in modo più puntuale, ottimizzare i livelli di stock, prevenire le perdite e garantire maggiore continuità all’attività retail. Ridurre il tempo impiegato per operazioni come il conteggio della merce o il ricevimento dello stock dal centro di distribuzione significa liberare risorse, migliorare la precisione dei dati e consentire ai team di negozio di concentrarsi maggiormente sulla vendita e sul servizio al cliente.
Guardando al futuro, i partecipanti hanno individuato nell’intelligenza artificiale un possibile acceleratore, ma solo a condizione che poggi su dati affidabili. Senza una visibilità reale sul prodotto, sulla sua posizione e sulla sua disponibilità, anche gli algoritmi più evoluti rischiano di produrre decisioni fragili. L’RFID, in questa prospettiva, è stato indicato come uno strato abilitante: non solo per l’inventario, ma per la tracciabilità di filiera, il passaporto digitale del prodotto, i servizi post vendita e una gestione più consapevole della relazione con il cliente.
La mattinata si è chiusa con un pranzo informale, proseguendo il dialogo avviato durante la sessione. Il messaggio emerso dal confronto è chiaro: il retail fisico non è destinato a scomparire, ma deve evolvere. Per farlo, ha bisogno di dati affidabili, processi coerenti e strumenti capaci di trasformare la visibilità dell’inventario in risultati misurabili. In altre parole, l’unified commerce non si costruisce sulla moltiplicazione dei canali, ma sulla capacità di renderli parte di un’unica esperienza, governata da una fonte di verità condivisa.
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