"Non esistono estremisti, ma delusi". Per Vannacci il banco di prova è la capacità di governare. Parla Mauro Ferrari
Quaranta campagne elettorali condotte da manager, tre quarti vinte insediando sindaci, presidenti, consiglieri, da Giorgio Gori a Sergio Giordani. Mauro Ferrari, spin doctor piacentino, le racconta nel volume “La fabbrica dei mostri”, uscito per FrancoAngeli. E al Foglio svela qualche segreto, con un occhio alla stretta attualità politica.
Hai lavorato con candidati di centrosinistra e di centrodestra, quasi sempre “centripeti”. Se ogni campagna è un abito sartoriale da cucire su misura, ravvisi un trait d’union fra quelle che hai condotto?
È la relazione umana con il candidato e il mio metodo di lavoro: ricerca del suo migliore posizionamento, ascolto e segmentazione dei problemi del territorio, gestione delle criticità e pianificazione accurata. Nelle comunali ho sempre cercato di allargare il consenso verso moderati, indecisi e astensionisti, perché le elezioni è lì che si vincono.
È più appagante affiancare un incumbent che deve riconfermarsi o uno sfidante?
Lo sfidante è più divertente: può raccontare un sogno, una speranza, e stimolare la voglia di cambiamento. L'amministratore uscente deve raccontare i risultati ottenuti, perché il più degli elettori ha la memoria corta; e contemporaneamente deve convincere i cittadini che il meglio deve ancora venire. Le campagne più impegnative che ho affrontato sono state proprio le riconferme, come Gori a Bergamo nel 2019 e Brugnaro a Venezia un anno dopo, in piena pandemia.
A proposito: poco prima delle elezioni anche tu davi per leggero favorito Martella. Cosa è accaduto, invece? E quale tipo di sindaco sarà Simone Venturini?
Martella era per me un ottimo candidato. Ciò che secondo me ha ingannato molti osservatori sono stati i sondaggi, mai come questa volta completamente sbagliati. Quanto a Venturini, conosco bene la sua capacità amministrativa e la sua conoscenza della macchina comunale: credo che Venezia avrà un sindaco molto preparato e molto concreto.
Le ultime amministrative hanno dato un giovane sindaco di Rifondazione a Molfetta e portato il candidato di Vannacci a Vigevano al 14 per cento. Le estreme sono rientrate in gioco e possono dettare la linea alle coalizioni “costrette” dal maggioritario?
In trent'anni di campagne elettorali ho imparato che di rado gli elettori diventano improvvisamente estremisti: più spesso diventano delusi. E allora cercano qualcuno che li rappresenti meglio. Oggi vediamo emergere movimenti che intercettano questa domanda, a destra come a sinistra: possono fare la differenza tra vincere e perdere. Però avendo in coalizione un partito estremista è difficile poi governare.
L’hype di Vannacci viene fatto crescere anche dai tanti esponenti di centrodestra che vi stanno trovando rifugio. Pensi che per lui sia il caso di continuare con il casting e contenuti sempre più duri, o gli conviene cercare di essere appetibile anche fuori?
Se l'obiettivo è consolidare una leadership identitaria, la radicalità può funzionare. Se invece è governare, prima o poi occorre parlare anche a chi non la pensa come te. La domanda è se il condottiero Vannacci voglia rappresentare una corrente oppure diventare una forza di governo.
È ancora possibile costruire consenso partendo da zero?
Sì, soprattutto quando i media, mettendo per giorni al centro quella notizia, ti fanno risparmiare centinaia di migliaia di euro di campagna di lancio. Dietro ogni apparente esplosione improvvisa ci sono sempre bisogni profondi rimasti inascoltati. Gli elettori non cambiano pelle ogni cinque anni: sono i contenitori politici dentro cui cercano risposte, che perdono progressivamente di vista la propria mission.
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