Nucleare, l’Europa ha sbagliato ad abbandonare l’atomo, l’Italia ora riapre la partita: “Le competenze ci sono”

Il 4 giugno scorso la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Il testo è ora al Senato, dove il governo punta al via libera definitivo prima della pausa estiva per emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno. Il voto arriva a tre mesi dal Nuclear Energy Summit di Parigi, dove Ursula von der Leyen ha definito “un errore strategico” l’addio europeo all’atomo. Massimiliano Tacconelli, direttore della divisione nucleare della Walter Tosto S.p.A., colosso abruzzese della caldareria pesante, e vicepresidente dell’Alleanza industriale europea sui piccoli reattori modulari, fa il punto in questa intervista.
La Camera ha approvato la delega sul nucleare sostenibile. Che effetto fa a chi nel settore lavora da trent’anni?
“Sul rientro io metto le virgolette, perché se qualcuno mi chiede cosa facciamo già oggi in Italia sul nucleare, sono ben contento di rispondere. Il 24 per cento dell’elettricità europea è di origine nucleare, con un centinaio di reattori attivi nell’Unione, 57 nella sola Francia, che da sola vale quasi il 60 per cento della produzione. La filiera dà lavoro a un milione di persone e fattura 100 miliardi di euro l’anno contando soltanto chi produce energia elettrica. Dopo i referendum l’Italia ha spento le sue centrali, però le aziende italiane hanno continuato a lavorare per il nucleare degli altri Paesi, costruendo componenti e contenitori certificati. A fermarsi è stata soltanto la produzione di elettricità. La filiera è sempre rimasta qui”.
Lo scorso 10 marzo, aprendo il Nuclear Energy Summit di Parigi organizzato dal governo francese con l’AIEA, la presidente della Commissione von der Leyen ha parlato di errore strategico. L’Europa ha davvero cambiato idea?
“Ho ascoltato quelle parole dal vivo. La presidente della Commissione ha detto che ridurre la quota nucleare è stata una scelta, ma che voltare le spalle a una fonte affidabile, economica e a basse emissioni è stato un errore strategico per l’Europa. Faceva eco al cancelliere Merz, che a gennaio aveva definito l’uscita tedesca dal nucleare un grave errore strategico. La differenza sta nel seguito: Berlino riconosce lo sbaglio e lo considera irreversibile, Roma invece ha scelto di tornare sui propri passi”.
Le opposizioni obiettano che le rinnovabili costano sempre meno. Perché dunque il nucleare?
“Le rinnovabili sono assolutamente la strada da perseguire. Il punto è paragonare le soluzioni in maniera neutra, perché il costo di una fonte dipende dal mix in cui è inserita. C’è il firming, la copertura delle ore in cui sole e vento mancano. C’è il curtailment, quando le condizioni per produrre da rinnovabili sono straordinarie ma la domanda non c’è, e dobbiamo dissipare quell’energia pagando comunque un indennizzo al produttore. E c’è la stagionalità, che non si può stoccare: un megawattora immagazzinato da una stagione all’altra costerebbe oggi attorno ai 20.000 euro, contro i 60 del prezzo di mercato. Serve un carico di base programmabile e a zero emissioni, capace di renderci indipendenti. Oggi l’unica tecnologia con queste caratteristiche a supporto delle rinnovabili è il nucleare”.
Intanto l’Italia resta il Paese europeo dove l’elettricità costa di più.
“Sui dati GME del 2025 il prezzo medio all’ingrosso è stato di 116 euro al megawattora da noi, contro gli 87 della Germania, i 65 della Spagna e i 61 della Francia. E importiamo dal 12 al 16 per cento della nostra elettricità, già trasformata, dal nucleare francese, direttamente o attraverso la Svizzera, pagando anche il trasporto. Il paradosso è che il nucleare lo consumiamo già, peccato però che lo compriamo dagli altri”.
Il premier spagnolo Sánchez ha rivendicato i 14 euro al megawattora pagati grazie alle rinnovabili.
“Quel dato si riferisce a un singolo sabato di marzo, scelto con cura. La media spagnola del 2025 è sopra i 65 euro. E quello che non viene detto è che la Spagna ha sette reattori completamente ammortizzati, che coprono circa un quinto della sua elettricità e ormai producono quasi a costo zero. Lo stesso vale per la Francia, con un parco in gran parte ammortizzato. Persino la Svezia ha fermato il programma di uscita e oggi costruisce nuove centrali”.
Quanto vale economicamente la partita europea?
“Il PINC, il programma indicativo nucleare della Commissione, stima un fabbisogno di 241 miliardi di euro di investimenti al 2050, tra estensioni di vita dei reattori esistenti e nuove costruzioni, con la capacità installata destinata a salire da 98 a circa 109 gigawatt. Per la filiera significa centinaia di migliaia di posti di lavoro diretti e un indotto che supera il milione, con un’incidenza occupazionale superiore a qualsiasi altra tecnologia. Chi arriva preparato a questa stagione se la aggiudica”.
C’è chi obietta che all’Italia manchino ormai le competenze: è così?
“È una leggenda. Il primo corso di ingegneria nucleare è nato a Milano nel 1954 e non ha mai smesso di formare ingegneri: oggi sette atenei, riuniti dal 1994 nel consorzio CIRTEN, contano circa trecento iscritti l’anno, in crescita da tre anni, e laureano 150-200 ingegneri nucleari ogni anno, più che negli anni Ottanta, quando le centrali in funzione erano quattro. Finora questi ragazzi li abbiamo preparati per mandarli a lavorare sui programmi nucleari degli altri Paesi. La delega mette nero su bianco la formazione di tecnici e ricercatori, ed è la parte più lungimirante del testo: per la prima volta dopo decenni potremo offrire a chi si laurea un programma nazionale su cui restare”.
La delega punta sui piccoli reattori modulari. Lei guida l’alleanza europea che deve portarli sul mercato: i tempi sono credibili?
“Gli small modular reactor veri sono impianti con potenza media di 300 megawatt, una potenza tutt’altro che piccola. Per la maggior parte si tratta di tecnologia ad acqua consolidata, resa più compatta, producibile in serie e installabile più rapidamente. I microreattori da tenere dietro casa esistono solo per usi militari o spaziali, il resto è comunicazione. L’orizzonte dell’inizio del prossimo decennio, lo stesso indicato dal governo, è realistico. A patto di non perdere altro tempo”.
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