Papa Leone a Lampedusa: sulle orme di Francesco, tra il cimitero dei migranti e la Porta d’Europa

04 Luglio 2026 - 11:19
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Papa Leone a Lampedusa: sulle orme di Francesco, tra il cimitero dei migranti e la Porta d’Europa

“I gesti parlano più delle parole”: la visita di Papa Leone a Lampedusa nel segno di Francesco e dei migranti

Papa Leone è arrivato a Lampedusa in una visita pastorale dal forte valore simbolico, con cui il Pontefice rilancia uno dei cardini del magistero del suo predecessore Francesco, riportando il Mediterraneo e il dramma delle migrazioni forzate al centro dell’attenzione della Chiesa e della comunità internazionale. Ad accoglierlo all’aeroporto dell’isola sono stati l’arcivescovo metropolita di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani, il prefetto di Agrigento Salvatore Caccamo, il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino e il presidente del Libero Consorzio Comunale di Agrigento Giuseppe Pendolino.

Leone è il primo leader mondiale a recarsi al cimitero di Lampedusa, dove è riservato uno spazio ai migranti: una quindicina di croci senza nome né numero. Tra queste spicca quella del piccolo Youssef Ali Kanneh, originario della Guinea, morto in mare ad appena sei mesi di vita. Accanto a un disegno con l’arcobaleno e una fotografia senza cornice, una dedica recita: “Perché così presto figlio mio? Mamma e papà ti ameranno per sempre”. Il Papa ha deposto un omaggio floreale, si è inginocchiato per poggiarlo a terra e si è raccolto in silenzio in preghiera.

Il momento alla Porta d’Europa

Il Pontefice ha poi raggiunto la Porta di Europa, il monumento alto circa cinque metri che sorge sul promontorio sud-orientale dell’isola, in località Cavallo Bianco. L’opera, realizzata in ceramica e ferro battuto e rivolta verso la Libia, è dedicata alla memoria dei migranti dispersi in mare. Qui Leone ha incontrato brevemente una famiglia di migranti e una famiglia che ha adottato un ragazzo migrante, per poi attraversare la Porta tenendo per mano i due figli della prima famiglia e varcarla infine da solo, in un momento di forte valore simbolico. In un fuoriprogramma non previsto dal cerimoniale, dopo aver poggiato la mano sul monumento e essersi soffermato a guardare il mare, il Papa si è inerpicato a piedi su un tratto di scogliera fino a raggiungere la costa. Una raffica di vento gli ha fatto volare via la papalina, poi recuperata.

Il Molo intitolato a Papa Francesco

Tappa successiva al Molo Favaloro, dove Leone ha benedetto la targa che intitola il molo a Papa Francesco — oggi divenuto simbolo di tutte le vite salvate a Lampedusa negli anni. La targa recita: “Molo Papa Francesco, luogo di approdo, speranza, umanità”. Qui il Pontefice ha salutato anche un gruppo di migranti accompagnati dalla Croce Rossa. Rivolgendosi al sindaco Filippo Mannino, Leone ha sottolineato la vicinanza della Chiesa all’isola: “Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia”.

“Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti”, ha detto ancora il Pontefice. “Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione”. E ha concluso: “Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti”.

Il sindaco di Lampedusa, nel suo discorso di saluto al Pontefice ha citato le parole di Claudio Baglioni, cittadino onorario dell’isola, della canzone “Avrai” per sottolineare che Lampedusa sente il “bisogno di accendere una luce” per non arrendersi all’indifferenza, la luce “di chi si aggrappa ancora ad ‘una radio per sentire che la guerra è finita’”. 

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