“Patentino antifascista”: l’altolà di Meloni costringe alla retromarcia “Più libri più liberi”

14 Giugno 2026 - 19:55
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“Patentino antifascista”: l’altolà di Meloni costringe alla retromarcia “Più libri più liberi”

“Patentino antifascista”: l’altolà di Meloni costringe alla retromarcia “Più libri più liberi”

In poche ore, il bavaglio rosso sulla cultura si è sciolto come un ghiacciolo al sole di questo torrido di giugno. L’Associazione Italiana Editori (AIE) ha fatto marcia indietro, aprendo al confronto sul grottesco “patentino antifascista” che pretendeva di imporre agli editori per partecipare alla fiera Più libri più liberi di Roma. Dopo il polverone e la ferma reazione del governo, gli organizzatori annunciano un «ulteriore attento approfondimento», ammettendo di fatto il fallimento di un’iniziativa divisiva e pretestuosa.

L’altolà di Giorgia Meloni alla censura progressista

A fare a pezzi il tentativo di dittatura culturale della sinistra è stato l’intervento durissimo del premier Giorgia Meloni. Con un post sui social che ha stanato i censori, il presidente del Consiglio ha demolito l’iniziativa definendola un grottesco sbarramento ideologico: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra».
Meloni ha denunciato apertamente l’incompatibilità tra questa caccia alle streghe burocratica e una società realmente democratica, ricordando che la cultura non ha bisogno di patenti di legittimità rilasciate da qualche salotto progressista.

Il fronte del centrodestra asfalta l’ennesima provocazione

Le parole del premier hanno dato il via a una reazione compatta e corale da parte del centrodestra e del mondo della cultura libera. Durissima la reazione di Fratelli d’Italia. I componenti del partito in Commissione Cultura alla Camera hanno definito la richiesta una forma di «censura» e di «dittatura del politicamente corretto», ribadendo la propria adesione alla posizione espressa da Meloni. «La cultura e l’editoria non hanno bisogno di patenti», affermano i deputati, rivendicando il valore del pluralismo e del confronto tra idee diverse.

Sulla stessa linea l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che ha definito la vicenda «una perla di intolleranza», ricordando come il Parlamento europeo abbia equiparato nel 2019 i totalitarismi nazista e comunista. Da qui la provocazione: «Se si richiede una dichiarazione antifascista, perché non una dichiarazione anticomunista?»

Anche il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha attaccato quella che definisce una deriva ideologica. Secondo l’esponente di FdI, il cosiddetto «patentino antifascista» rappresenta »una forma di controllo culturale incompatibile con lo spirito libero dell’editoria e richiama le stagioni più dure dell’intolleranza politica».

Più sfumata, ma ugualmente critica verso ogni forma di discriminazione ideologica, la posizione del vicepremier Antonio Tajani. «Io sono antifascista, ma non lo dico», ha osservato il leader di Forza Italia. «Non si può sostenere che chi non la pensa come me sia fascista. Bisogna dare a tutti la possibilità di parlare e di esprimersi».

Preferisce gettare acqua sul fuoco il ministro della Cultura Alessandro Giuli, esprimendo soddisfazione per la ritirata dell’AIE e parlando di «inizio della fine di un clamoroso equivoco». Fino a ribadire che i principi democratici sono già garantiti dalla Costituzione, senza bisogno di ridicole autocertificazioni ideologiche.

La ritirata strategica dell’AIE

Con il dietrofront degli organizzatori di “Più libri più liberi” si chiude un capitolo grottesco di intolleranza mascherata da istanza civile. Resta l’evidenza di un tic ideologico duro a morire, ma arginato da una reazione ferma e senza sconti. La fiera della piccola e media editoria si farà senza doganieri del pensiero all’ingresso. Perché la cultura o è inclusiva, aperta e plurale, oppure è solo bieca propaganda.

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