Perché dire sì al Safe (nella sinistra “no riarmo”). Parla Piero Fassino

07 Luglio 2026 - 06:06
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Un dilemma s’aggira per il centrosinistra: come spingere (a parole) perché la premier Giorgia Meloni firmi per il Safe, il piano europeo per la sicurezza che mette a disposizione 150 miliardi di prestiti per gli stati membri, restando però una coalizione che, in molte sue aree, e anche all’interno del Pd, si dice apertamente contro il riarmo? Giriamo la domanda al vicepresidente della Commissioni Esteri della Camera ed ex ministro dem Piero Fassino: “Bisogna uscire da un dibattito astratto e fondato su un presupposto sbagliato: la contrapposizione tra investimenti in sistemi di difesa nazionali e investimenti in sistemi di difesa europei. La difesa europea — una assoluta necessità strategica — è infatti fondata su conferimenti di strutture nazionali: è stato così in Kosovo, in Iraq e in Libano. E’ così quando si muove l’Onu e quando si muove la Ue: non si va nei teatri di conflitto con un esercito proprio, ma con strutture militari conferite dai vari paesi”. Anche per questo si parla di esercito europeo? “L’esercito europeo è un obiettivo di lunghissimo periodo”, dice Fassino: “Nell’immediato un sistema europeo di difesa non può che essere fondato sul conferimento di strutture nazionali. Ma allora si rendono necessari investimenti nazionali per mettere le strutture militari di ogni paese nelle condizioni di poter essere operative nel momento in cui debbano essere conferite a livello Ue o per un’azione di peacekeeping dell’Onu”. Quindi che fare con il Safe? “Il Safe va usato, come già fanno molti Paesi europei. Ed è giusto che venga in primo luogo usato per progetti europei, per la standardizzazione dei sistemi d’arma, la costruzione di un sistema satellitare e di sistemi infrastrutturali armonizzati e standardizzati. Ma questo non è in contrapposizione con il fatto che devi modernizzare anche i tuoi sistemi di difesa nazionale, in quanto il sistema di difesa europea si avvarrà di loro”. Un ragionamento “pragmatico”, dice Fassino. Ma come farlo digerire alla sinistra “no riarmo” tout court? “Ogni volta che si sente la parola ‘armi’ in una parte della sinistra parte il riflesso pavloviano. Nel 1914 sui crediti di guerra si spaccò l’Internazionale socialista. Siamo ancora lì?”. Quindi, dice Fassino, si ragioni al di là dell’ideologia: “Chi dice no agli investimenti nazionali e sì solo a quelli europei deve dimostrare che esiste oggi un esercito europeo non fondato sul conferimenti e del tutto distinto dalle strutture militari dei singoli Stati. Il che oggi non è nell’agenda di nessun Paese europeo. Qualcuno immagina che Emmanuel Macron rinunci al sistema di difesa francese? O che vi rinunci la Germania, che ha deciso di spendere 200 miliardi nella modernizzazione del suo sistema di difesa?” Si sentono però spesso nelle piazze slogan che puntano nella direzione del pacifismo oltranzista anche dal punto di vista della spesa militare. “Si può fare propaganda e lisciare il pelo a chi dice ‘mai armi’, ma sono posizioni propagandistiche e ideologiche che non fanno i conti con la realtà. I finanziamenti Safe, tra l’altro, vengono erogati a un tasso d’interesse bassissimo e possono essere restituiti in 45 anni. Sostanzialmente sono prestito a tasso zero. E mi pare un’assurdità dire no, per poi magari attingere per gli investimenti nazionali a risorse sul mercato dei capitali a tassi ben più alti”. Il centrosinistra si sta muovendo verso le elezioni; dovrà scrivere un programma comune anche su questi temi. “Ora più che mai”, dice Fassino, “dobbiamo usare argomenti fondati sulla ragione. Puoi, certo, far finta di niente e negare l’evidenza, e chissà, magari così facendo puoi anche vincere le elezioni. Ma il giorno dopo, che cosa fai? Devi governare, sei un membro della Nato, devi fare i conti con la necessità di un sistema di difesa europeo. Non potrai certo fischiare ai merli”. Ultima, ma non ultima contraddizione: “Diciamo tutti che bisogna aiutare l’Europa a emanciparsi dall’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti. Giusto, ma se l’Europa e i suoi Paesi non investono, continueranno a comprare armamenti, satelliti e tecnologie dagli americani”.

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