Vertice Nato, l’analista: “Trump non ha presa su Putin. Ecco perché la sua diplomazia non produce effetti”

06 Luglio 2026 - 20:45
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Vertice Nato, l’analista: “Trump non ha presa su Putin. Ecco perché la sua diplomazia non produce effetti”

Dai raid russi alla vigilia del summit alle divisioni sull’Iran, passando per Trump e la Turchia: tutti i nodi alla vigilia del vertice NATO

Il vertice NATO si apre in uno dei momenti più delicati degli ultimi anni per la sicurezza euro-atlantica. Alla vigilia dell’incontro, la Russia ha lanciato un nuovo massiccio attacco contro Kiev, con il Cremlino che ha intensificato la pressione anche sul fronte politico con nuove minacce rivolte alla Polonia per il sostegno militare all’Ucraina.

Sul tavolo dei leader ci sono il rafforzamento della deterrenza, l’aumento della spesa per la difesa e il riequilibrio dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, ma anche le tensioni emerse dopo il conflitto tra Israele e Iran e le richieste avanzate da Donald Trump agli alleati.

In questo contesto assume un peso crescente anche la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, chiamata ancora una volta a svolgere un ruolo di interlocutore privilegiato tra Occidente e Oriente. Abbiamo analizzato i principali dossier del summit con l’analista Alessia Melcangi, docente ed esperta di Medio Oriente e relazioni internazionali.

Il raid su Kiev alla vigilia del summit è un segnale che Mosca vuole arrivare ad Ankara da posizione di forza, o certifica che Trump ha perso presa sul dossier?

Direi entrambe le cose, ma pesano diversamente. Il raid di stanotte arriva a poche ore dall’apertura del vertice ed è il secondo scagliato contro zone residenziali di Kiev in meno di una settimana. Non è un caso: è la classica mossa russa di “arrivare al tavolo da posizione di forza”, rafforzata dalla narrativa sulla presa di Konstantinovka.

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: il raid arriva subito dopo una telefonata Trump-Putin durata quasi 90 minuti, che il Cremlino ha definito “una conversazione professionale e molto costruttiva”. Se il giorno dopo una chiamata “costruttiva” Mosca risponde con missili balistici sulla capitale, il messaggio implicito è che la diplomazia telefonica di Trump non produce nessun effetto reale sul terreno.

Di fatto, si tratta di un’ammissione di scarsa presa americana sul dossier. Mosca gioca su due tavoli, quello mediatico-negoziale con Washington e quello militare con Kiev, e li tiene volutamente scollegati. Sia Trump che Putin ci hanno abituato a mettere velocemente in discussione le affermazioni appena diffuse, spesso ribaltate in pochissimo tempo. Questa è la diplomazia come copertura, non come processo negoziale reale. Anche perché i negoziati restano di fatto fermi, nonostante il linguaggio distensivo.

Le minacce russe alla Polonia sulla produzione di droni per Kiev vanno lette come un avvertimento anche alla NATO nel suo complesso?

Purtroppo sarei orientata a rispondere affermativamente. E lo dice esplicitamente lo stesso Peskov. Non si è limitato a un attacco bilaterale a Varsavia, ma ha allargato il bersaglio anche ad altri paesi, accusandoli di guidare gli attacchi attraverso satelliti e infrastrutture occidentali.

La Polonia è il capro espiatorio scelto per motivi geografici (confine, hub logistico), ma il messaggio è rivolto a tutta la catena di supporto industriale NATO. È una minaccia calibrata: abbastanza esplicita da intimidire, ma accompagnata dalla smentita di Peskov secondo cui i “racconti horror” su una provocazione armata contro il territorio polacco sarebbero infondati – il classico doppio registro russo, minaccia e negazione nello stesso respiro.

Il malcontento di Trump per il mancato sostegno alleato su Iran/Hormuz può tradursi in richieste concrete ad Ankara?

Molto probabile, ed è già iniziato prima del summit. Trump ha attaccato pubblicamente Spagna, Italia, Germania, Francia e Regno Unito, rimproverando loro di non aver garantito il sostegno agli Stati Uniti durante il conflitto con l’Iran, in particolare per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Rubio ha confermato che il tema sarà ripreso “con ogni probabilità” al summit. Un dettaglio utile per capire chi è nel mirino: la Spagna è l’unico alleato che ha rifiutato apertamente l’accesso alle basi durante la guerra con l’Iran, mentre gli altri Paesi lo hanno concesso in linea con i loro impegni bilaterali. Ed è per questo che Madrid finisce sempre in cima alla lista delle critiche di Trump, insieme all’Italia adesso.

La formula di Rutte (USA impegnati, ma più responsabilità agli europei) è un riequilibrio reale o solo una cornice retorica per gestire la pressione americana?

Un po’ di entrambe, ma con numeri veri dietro. Non è solo spin: la spesa collettiva degli alleati europei e del Canada è passata da circa l’1,4% del PIL combinato nel 2014 al 2,3% nel 2025, con l’impegno preso all’Aia di arrivare al 5% entro il 2035. Il riequilibrio è concreto anche sul piano dei comandi: tre Joint Force Command NATO passeranno a guida europea (finora sotto comando USA), mentre gli Stati Uniti mantengono comunque i tre comandi teatro e, soprattutto, il ruolo apicale di Supreme Allied Commander Europe.

Il riequilibrio riguarda gli scalini intermedi della catena di comando, non il vertice della piramide: un dettaglio che ridimensiona un po’ la portata simbolica dell’operazione. Sulla parte più propriamente retorica: Rutte corregge senza smentire frontalmente il racconto di Trump sul tradimento degli alleati durante la crisi Iran, ammettendo casi isolati di delusione ma negando l’abbandono generale. Questa è la diplomazia dell’equilibrismo, che dà a Trump i numeri e il riconoscimento personale che chiede, mentre tiene insieme un’alleanza che su Iran si è effettivamente spaccata. Il rischio, nel lungo periodo, è che il rapporto transatlantico si trasformi in una“transazione permanente” dove ogni alleato deve continuamente dimostrare la propria utilità.

Quanto è vincolante, nella pratica, la conferma dell’articolo 5 in un contesto di crescente imprevedibilità di Trump?

Sul piano giuridico-formale resta vincolante. Ma la vera domanda non è giuridica, è politica: quanto pesa la parola di un presidente che ha messo in dubbio l’impegno USA verso il principio di difesa reciproca, definendo la NATO una “tigre di carta” e lasciando intendere di valutare seriamente un’uscita dall’Alleanza?

Va aggiunto, però, un contrappeso istituzionale importante, spesso sottovalutato: il Congresso USA ha già messo dei paletti legali concreti. L’imprevedibilità di Trump è quindi reale sul piano retorico, ma istituzionalmente più contenuta di quanto le sue dichiarazioni lascino intendere. Il caso Groenlandia è istruttivo: quando Trump ha provato a “sfilarla” dalla NATO, gli altri alleati si sono coordinati per resistere, arrivando persino a preparativi militari, segno che l’Alleanza ha margini di autodifesa interna contro le spinte più erratiche di Washington.

Resta però grande incertezza sul fronte della presenza militare americana in Europa. Prima lo stop alle rotazioni delle truppe in Polonia, poi la promessa di un loro rafforzamento; l’annuncio del ritiro di parte del contingente dalla Germania, seguito dal ripensamento sul dispiegamento del battaglione Tomahawk; infine la revisione di sei mesi della presenza militare statunitense in Europa annunciata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth il 18 giugno.

Più che una strategia coerente, emerge un quadro caotico che finisce per destabilizzare la pianificazione operativa degli alleati, anche senza mettere formalmente in discussione la permanenza degli Stati Uniti nella NATO. L’Articolo 5, del resto, non ha bisogno di essere “attivato” per svolgere la sua funzione di deterrenza: è efficace finché Mosca è convinta che Washington rispetterebbe l’impegno assunto. Ogni dichiarazione di Donald Trump che alimenta dubbi su questo punto finisce inevitabilmente per indebolire la credibilità della deterrenza, a prescindere da quanto viene ribadito nei comunicati ufficiali del vertice

Il ruolo di Erdogan come “ponte” tra Europa e Oriente rafforza la coesione NATO o introduce un ulteriore fattore di ambiguità nell’Alleanza?

La Turchia introduce un’ambiguità strutturale all’interno della NATO, anche se in questa fase il suo ruolo finisce per rafforzare l’Alleanza. Ankara è un partner strategico: dispone del secondo esercito della NATO dopo quello statunitense, occupa una posizione geografica cruciale ed esercita una notevole influenza sul piano regionale. Allo stesso tempo, resta uno dei membri più controversi. Sulla guerra in Ucraina ha condannato l’invasione russa, ma ha scelto di non aderire alle sanzioni occidentali, mantenendo rapporti economici e politici con Mosca e proponendosi più volte come mediatore.

Una postura che alcuni alleati interpretano come un equilibrio diplomatico, altri come un’ambiguità politica. Oggi, però, il peso della Turchia è difficilmente contestabile. Donald Trump ha dichiarato di partecipare al summit anche “per rispetto” nei confronti di Recep Tayyip Erdoğan e si parla di possibili aperture statunitensi sulla fornitura di motori per i caccia e persino sul rientro di Ankara nel programma degli F-35, dal quale era stata esclusa dopo l’acquisto dei sistemi missilistici russi S-400, sebbene resti forte l’opposizione del Congresso. Erdoğan, quindi, non è soltanto un ponte tra Oriente e Occidente, ma un leader che dispone di strumenti politici, militari e industriali capaci di incidere concretamente sugli equilibri e sull’agenda dell’Alleanza Atlantica.

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