Perché i partiti arabi continuano a contare così poco in Israele

A dispetto di coloro che, come incredibilmente fa Anna Foa, continuano ad accusare Israele di genocidio dei palestinesi, gli uffici elettorali del Ministero dell’Interno dello Stato ebraico si preparano a stampare un milione e quattrocentomila schede elettorali sulle quali, invece, i cittadini arabi di Israele potranno esprimere del tutto liberamente il loro voto politico il 27 ottobre prossimo. Non stranamente, sui media occidentali, non si parla mai di questo voto dei cittadini arabi di Israele e la ragione è semplice: se lo si prende in esame si capisce bene perché non è in atto un genocidio, ma anche perché non c’è ancora uno Stato palestinese e perché la predominante componente ebraica di Israele è così dura sul punto. Anche gli arabi israeliani, infatti, nonostante godano di ampi diritti sociali e politici, non perdono un’occasione per perdere un’occasione, si auto-isolano in sterili declamazioni e denunce, prigionieri di astratte ragioni ideologiche e concrete tentazioni jihadiste.
Innanzitutto, va detto che i palestinesi israeliani votano poco, solo il cinquantatré per cento si reca alle urne, contro un settantatré per cento degli ebrei israeliani, e questo assenteismo ha una ragione solida: i programmi e l’ideologia dei partiti arabi israeliani sono talmente ideologizzati ed estremisti – con la parziale eccezione di Ra’am, il partito di Mansour Abbas – che votare per loro serve a poco. Anzi, non serve a nulla, non incide minimamente sulla propria vita.
Eppure, nel gioco democratico israeliano degli ultimi decenni, in cui la coalizione capeggiata da Benjamin Netanyahu e quella dell’opposizione sono sempre state distanziate da pochissimi voti, proprio i partiti arabi avrebbero potuto giocare un ruolo decisivo. Ma non lo hanno fatto e non lo fanno. Solo Mansour Abbas nel 2020 col suo Ra’am ha saputo abbandonare ideologismi e rigidità e ha pragmaticamente fatto firmare da Naftali Bennett un pacchetto consistente di investimenti e migliorie sociali ed economiche a favore degli arabi israeliani e soprattutto dei beduini ed è entrato nella coalizione di governo ottenendo importanti accordi politici e finanziamenti. Ma proprio la rigidità ideologica anche dei membri di Ra’am, unita a quella dei membri di Meretz, la sinistra ebraica israeliana, ha poi portato dopo poco più di un anno alla crisi del governo Bennett che ha spalancato le porte alla vittoria della coalizione tra il Likud e i partiti suprematisti fascisti di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.
Invece, gli altri due partiti arabi, Balad e Hadash, si sono sempre rifugiati e ancora si rifugiano nel dogmatismo ideologico, con ampie derive settarie, propongono strategie panarabe vagamente nasseriane del tutto astratte, non accettano il sionismo, addirittura propugnano con forza il ritorno in Israele come cittadini a pieno titolo di sei milioni di eredi dei profughi del 1948, richiesta contraria al diritto internazionale, e Balad ha addirittura assunto una posizione ambigua nei confronti del pogrom del 7 ottobre 2023. Solo Ra’am di Mansour Abbas è stato netto nella condanna della strage di Hamas e nella richiesta di rilascio immediato e senza condizioni degli ostaggi. Nei fatti, sul piano politico Balad e Hadash riescono a non contare nulla se non a fungere da megafono di roboanti denunce.
Risultato: la comunità arabo-israeliana è controllata in larga parte dalle organizzazioni e dai racket della malavita araba, con un tasso di omicidi di un arabo israeliano ucciso da un altro arabo israeliano ogni trentasei ore, il terzo più elevato al mondo, dopo Messico e Colombia.
Questo quadro si riproporrà dunque anche il 27 ottobre prossimo con un Netanyahu che già ha impostato larga parte della sua campagna elettorale proprio sullo spauracchio di un’alleanza dei partiti di opposizione, guidati ormai saldamente e per fortuna dal solido Gadi Eisenkot, con il partito arabo Ra’am di Mansour Abbas. Una possibilità concreta, perché molti sondaggi da mesi prevedono una sconfitta netta della coalizione capeggiata da Netanyahu che otterrebbe solo una cinquantina di seggi (su centoventi), ma registrano anche un’incapacità della coalizione dell’opposizione, composta da tutti i partiti israeliani, di raggiungere la quota di maggioranza di sessantuno seggi.
In questo contesto, mentre Naftali Bennett si dimostra timoroso della presa dello spauracchio della campagna antiaraba condotta da Netanyahu e nega qualsiasi ipotesi di alleanza con Mansour Abbas, Gadi Eisenkot ha invece scelto la strada della limpidezza politica e si è detto disposto ad allearsi al governo con chiunque, parlamentari arabi inclusi, riconosca Israele come Stato ebraico e democratico, aderisca ai valori espressi da David Ben-Gurion nella Dichiarazione di Indipendenza di Israele e si impegni a svolgere i doveri del servizio di leva. Un colpo, quest’ultimo, mirato a dividere il blocco dei partiti religiosi che rappresentano gli Haredim, gli ultraortodossi, alleati tanto indispensabili di Netanyahu che ha garantito loro sino all’ultimo l’esenzione dal servizio militare; una parte di loro, infatti, è disposta ora, dopo i tanti israeliani caduti in guerra, per non isolarsi dal resto della popolazione, a un compromesso (che sottobanco Eisenkot sta già trattando).
Nel complesso, dunque, anche a fronte di questa sua capacità di apertura contemporanea sia all’alleanza con gli arabi non settari sia con gli ultraortodossi realpolitiker, si rafforza la sensazione che con Gadi Eisenkot l’opposizione israeliana abbia finalmente trovato un leader solido e capace, dopo le prove deludenti dello scialbo Benny Gantz e del debole Naftali Bennett.
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