Una raffineria russa in Irlanda mette alla prova le sanzioni europee

29 Luglio 2026 - 06:15
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Una raffineria russa in Irlanda mette alla prova le sanzioni europee

Una raffineria irlandese controllata dal gruppo russo Rusal fornisce più di un terzo della materia prima da cui l’Europa ricava l’alluminio, ma spedisce a Mosca oltre metà della propria produzione. L’Unione europea deve decidere se chiudere una filiera che può raggiungere l’apparato militare del Cremlino oppure preservare una capacità produttiva costosa e difficile da sostituire. Al centro del dilemma di Bruxelles c’è Aughinish Alumina, la più grande raffineria di allumina d’Europa. Sorge sull’estuario dello Shannon, nella contea irlandese di Limerick, ed è controllata dal colosso russo fondato dall’oligarca Oleg Deripaska, sanzionato dall’Unione europea e considerato vicino al Cremlino. 

Nell’impianto la bauxite importata viene raffinata in allumina, una polvere bianca che costituisce il passaggio indispensabile per produrre alluminio. Un metallo onnipresente nell’economia civile, dalle automobili alle reti elettriche, ma entra anche nelle strutture degli aerei militari e nei componenti dei missili.

È proprio la doppia natura dell’allumina a rendere difficile da sciogliere il dilemma per l’Unione europea. Come racconta il Financial Times in un interessante approfondimento, Bruxelles ha creato una barriera a senso unico: vieta l’ingresso dell’alluminio russo nell’Unione, ma consente ancora di esportare verso la Russia allumina e bauxite lavorate in Europa. Nei primi cinque mesi del 2026 Aughinish ha destinato alla Russia il 52 per cento della produzione. Francia, Svezia e Paesi Bassi ne hanno ricevuto insieme il 34 per cento. Le esportazioni russe sono cresciute di circa il 23 per cento rispetto al 2022, l’anno dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Mosca è così diventata il maggiore cliente individuale della raffineria proprio mentre l’Unione cercava di ridurre le risorse disponibili per l’economia del Cremlino.

Due inchieste dell’Irish Times e dell’Organised Crime and Corruption Reporting Project hanno seguito le rotte del materiale, oltre il porto irlandese. Centinaia di migliaia di tonnellate sono arrivate a Krasnoyarsk e Bratsk, due grandi fonderie siberiane di Rusal. Una parte dell’alluminio prodotto in quegli impianti è stata venduta ad ASK, un intermediario di Mosca che rifornisce aziende russe sottoposte a sanzioni per il loro ruolo nell’apparato militare. Fra i clienti di ASK compaiono imprese collegate alla produzione di missili balistici. Altre lavorano per la maggiore fabbrica russa di carri armati o forniscono componenti destinati ai velivoli Sukhoi. I documenti commerciali provano i rapporti fra le fonderie di Rusal, ASK e questi produttori. È questo circuito di vendite ad aver spinto Dublino ad avviare una verifica.

Il ministero delle Imprese non ha trovato prove sufficienti per concludere che l’allumina di Aughinish sia utilizzata da produttori militari. Non è però riuscito a confermare la versione dell’azienda, secondo cui il metallo ricavato dal materiale irlandese verrebbe successivamente esportato dalla Russia e destinato soltanto al mercato civile.

Per la contea di Limerick, la sopravvivenza dell’impianto è cruciale: Aughinish occupa direttamente circa 450 persone e sostiene altre centinaia di posti attraverso appalti e servizi. È uno dei pochi grandi datori di lavoro rimasti nell’area di Askeaton, dove sarebbe difficile assorbire rapidamente una perdita di occupazione industriale di queste dimensioni. Lo stabilimento fu costruito all’inizio degli anni Ottanta dal gruppo canadese Alcan, in una regione allora segnata da un’elevata disoccupazione. L’avvio della produzione creò circa ottocento posti di lavoro e trasformò Aughinish in uno dei principali poli industriali dell’Irlanda occidentale. Rusal lo acquistò nel 2006 e lo inserì in una filiera che parte dalle miniere di bauxite e termina nelle proprie fonderie russe. La capacità nominale sfiora i due milioni di tonnellate l’anno.

Aughinish non appartiene direttamente a Oleg Deripaska. La raffineria è controllata da Limerick Alumina Refining, società interamente posseduta da Rusal. A sua volta, il 56,88 per cento di Rusal è nelle mani di En+, il gruppo nel quale Deripaska conserva una partecipazione del 44,95 per cento, la più grande detenuta da un singolo azionista. Nel 2019, per ottenere la revoca delle sanzioni statunitensi contro En+ e Rusal, Deripaska accettò di limitare i propri diritti di voto al 35 per cento e di rinunciare al controllo del consiglio di amministrazione. Formalmente, quindi, resta il principale azionista di En+ ma non ne controlla più le decisioni. È proprio l’effettiva validità di questa separazione a essere oggi contestata dalle autorità svedesi.

L’Irlanda contribuì in modo decisivo a quell’intesa. Il governo temeva che le sanzioni statunitensi introdotte contro Deripaska l’anno precedente avrebbero provocato la chiusura della raffineria. L’oligarca ridusse i propri diritti di voto al 35 per cento e il consiglio di amministrazione di En+ fu riorganizzato. Gli Stati Uniti rimossero quindi En+ e Rusal dalla lista delle società colpite.

L’autorità fiscale svedese ha recentemente rimesso in discussione quella separazione. Secondo i suoi investigatori, un decreto del Cremlino limita il voto degli azionisti provenienti dai paesi considerati ostili. Escludendo quelle partecipazioni, Deripaska tornerebbe a esercitare un controllo effettivo su En+ e, attraverso il gruppo, su Rusal. Le società interessate contestano questa interpretazione e negano qualsiasi influenza dell’oligarca sulle attività quotidiane di Aughinish. Se la valutazione svedese fosse confermata, le norme europee permetterebbero di estendere il congelamento dei beni alle società controllate da una persona sanzionata. Anche senza un nuovo divieto, banche e fornitori potrebbero diventare più riluttanti a lavorare con la raffineria. 

Il 24 luglio Aughinish ha annunciato di avere già sviluppato con la controllante UC Rusal un nuovo sistema di tracciabilità. Il piano prevede l’intervento di una società internazionale indipendente, incaricata di seguire l’allumina dall’Irlanda alle fonderie russe e di controllare la successiva esportazione dalla Russia dell’alluminio ottenuto. L’azienda non indicò però né il nome del verificatore né la data di avvio del sistema. Il progetto è ancora su carta e presenta alcuni problemi: come potrebbe questo ente verificatore accedere ai registri delle società russe coinvolte? Dovrebbe inoltre verificare l’intero bilancio dei materiali lavorati, non soltanto alcune spedizioni selezionate. Perché il Cremlino dovrebbe permetterlo?

I paesi baltici e alcuni eurodeputati chiedono invece di vietare le esportazioni verso la Russia e trasferire quella produzione a compratori europei. Contratti di lungo periodo potrebbero garantire ad Aughinish un mercato alternativo, mentre un sostegno pubblico temporaneo assorbirebbe parte del rischio. Prima di procedere, Bruxelles dovrebbe accertare che le fonderie dell’Unione possano utilizzare quasi un milione di tonnellate aggiuntive e siano disposte a pagarne il prezzo.

La decisione richiede l’unanimità dei ventisette governi. L’Estonia e gli altri governi baltici, tra i più decisi sostenitori di Kyjiv, chiedono di vietare le esportazioni europee di allumina verso la Russia. L’Irlanda si oppone a una misura immediata, sostenendo che senza forniture alternative le fonderie francesi e svedesi dipendenti da Aughinish rischierebbero di ridurre la produzione. La Commissione ha finora seguito una linea prudente anche perché la società irlandese è centrale per raggiungere l’obiettivo europeo di lavorare all’interno dell’Unione il 40 per cento delle materie prime strategiche consumate entro il 2030. Al momento non sono attese nuove discussioni a Bruxelles prima della ripresa dei lavori dopo la pausa estiva.

Un’eventuale chiusura lascerebbe inoltre allo Stato irlandese un problema ambientale considerevole. La raffinazione della bauxite produce fango rosso, un residuo fortemente alcalino accumulato in grandi bacini vicino allo Shannon. Aughinish vuole ampliare di otto milioni di metri cubi l’area di deposito per continuare a operare fino al 2039. Nel giugno 2026 l’Alta corte ha annullato l’autorizzazione e imposto una nuova valutazione del progetto. La nazionalizzazione, evocata come possibile via d’uscita, trasferirebbe quindi allo Stato non soltanto una capacità industriale strategica, ma anche gli obblighi ambientali e i futuri costi di bonifica.

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