Perché il compito di un imprenditore è diventare un ‘buon antenato’
Contenuto tratto dal numero di luglio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Di Cristina Bombassei, presidente di Aidaf e chief legacy officer di Brembo
Viviamo in una fase storica caratterizzata da trasformazioni profonde: l’accelerazione tecnologica, l’intelligenza artificiale, le transizioni energetiche e le nuove tensioni geopolitiche stanno ridefinendo il modo in cui lavoriamo, produciamo e viviamo. In questo contesto, il rischio è quello di concentrarsi esclusivamente sull’urgenza del presente. Eppure, la vera leadership si misura nella capacità di guardare oltre l’orizzonte immediato e di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie decisioni nel lungo periodo.
Mi piace pensare che il compito di chi guida un’impresa o un’organizzazione sia quello di diventare un ‘buon antenato’. Un’espressione semplice, ma straordinariamente potente, che ci invita a riflettere su quale eredità lasceremo alle persone, alle comunità e ai territori che verranno dopo di noi, per generazioni. Essere buoni antenati significa prendere decisioni che forse non produrranno il massimo beneficio immediato, ma che renderanno più solide le fondamenta su cui costruiranno le generazioni future. È una forma di responsabilità che supera il concetto tradizionale di management e diventa una visione autentica di leadership.
L’impatto sociale dell’innovazione
Lo vivo quotidianamente in Brembo, un’azienda familiare nata nel 1961 a Bergamo che ha saputo trasformarsi in una realtà globale senza perdere il legame con i propri valori originari. La storia imprenditoriale della nostra famiglia dimostra che ogni generazione è custode temporanea di un patrimonio di competenze, relazioni e fiducia da consegnare rafforzato a chi verrà dopo. Innovazione, ricerca e sostenibilità non sono per noi soltanto investimenti industriali: sono atti di fiducia nel futuro. Quando sviluppiamo nuove tecnologie o immaginiamo soluzioni che possano contribuire a una mobilità sempre più sicura, efficiente e sostenibile, stiamo cercando di anticipare i bisogni di domani, assumendoci la responsabilità di contribuire a costruire un mondo migliore.
Non è un caso che questa riflessione trovi espressione anche nel purpose che oggi guida Brembo: ‘Shaping a zero-accident future’. Per un’azienda nata nel mondo della frenata, l’attenzione alla sicurezza è parte integrante del dna. Ma ogni impresa che guarda al lungo periodo sa che la propria identità non può essere un vincolo: deve essere una base da cui partire per immaginare nuove soluzioni, nuove tecnologie e nuovi modi di creare valore per le generazioni che verranno.
Orizzonti generazionali
Questa prospettiva assume un significato ancora più ampio nel mio ruolo all’interno dell’Associazione italiana delle aziende familiari (Aidaf), dove rappresentiamo oltre 300 aziende associate che generano complessivamente circa il 17% del Pil italiano. Le aziende familiari hanno una caratteristica distintiva: ragionano naturalmente in termini generazionali. Il successo non coincide esclusivamente con la crescita economica, ma con la capacità di creare continuità, mantenere coesione e trasmettere cultura imprenditoriale.
La continuità, tuttavia, non significa immobilismo. Al contrario, richiede il coraggio di cambiare prima che sia necessario, di investire quando i ritorni non sono immediatamente visibili e di formare nuove competenze prima che diventino indispensabili. Le imprese che sopravvivono nel tempo sono quelle che riescono a conciliare memoria e trasformazione, tradizione e innovazione.
Leader di domani
Anche il concetto stesso di leadership sta evolvendo. Per molto tempo abbiamo associato il leader alla figura carismatica che accentra decisioni e responsabilità. Oggi credo che serva un modello diverso: una leadership che ascolta, abilita, valorizza i talenti e costruisce contesti in cui le persone possano esprimere il proprio potenziale.Le organizzazioni più resilienti non sono quelle che dipendono da un singolo leader, ma quelle che riescono a sviluppare una cultura diffusa della responsabilità. Guidare significa creare altri leader, preparare il ricambio, condividere conoscenze e generare fiducia. In altre parole, lasciare l’organizzazione più forte di come l’abbiamo trovata
Un leader lascia il segno non quando concentra su di sé competenze, relazioni e decisioni, ma quando costruisce le condizioni perché l’organizzazione continui a crescere anche in sua assenza. Il miglior leader, in fondo, è quello che con il tempo quasi scompare, perché ha saputo sviluppare persone, diffondere responsabilità e creare una cultura capace di durare oltre la sua presenza. Anche questo significa essere un buon antenato.
L’importanza di guardare avanti
Questo vale anche per il rapporto con le nuove generazioni. Spesso ci interroghiamo su cosa chiedano i giovani alle imprese, ma dovremmo domandarci soprattutto quale esempio stiamo offrendo loro. Le nuove generazioni cercano senso, autenticità e coerenza. Vogliono lavorare in aziende che sappiano coniugare performance economica e impatto positivo, innovazione e responsabilità sociale, competitività e attenzione alle persone.
La leadership del futuro non potrà limitarsi a produrre risultati finanziari. Dovrà costruire fiducia, generare valore condiviso e contribuire allo sviluppo dei territori e delle comunità in cui opera. Perché il capitale più importante che un’impresa accumula nel tempo non è soltanto economico: è reputazionale, culturale e umano. In un mondo che premia la velocità, forse il vero atto di leadership consiste nel pensare più lontano degli altri. Essere buoni antenati significa questo: prendere decisioni che non appartengono soltanto al nostro presente, ma al futuro di persone che non conosceremo mai. Se sapremo farlo, il valore che avremo creato andrà ben oltre i risultati di un bilancio o la durata di un mandato. Diventerà parte di un’eredità collettiva capace di attraversare le generazioni.
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L’articolo Perché il compito di un imprenditore è diventare un ‘buon antenato’ è tratto da Forbes Italia.
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