Trump accusa la Cina di aver sottratto i dati di 220 milioni di elettori americani
Il presidente rilancia le contestazioni sulle elezioni del 2020 e chiede al Congresso nuove restrizioni sul voto. Pechino respinge le accuse, mentre anche tra i repubblicani cresce il timore di un boomerang elettorale
Donald Trump riporta al centro della politica americana le elezioni presidenziali del 2020. In un discorso serale dalla Casa Bianca, il presidente ha accusato la Cina di aver sottratto i dati personali di circa 220 milioni di elettori statunitensi e di aver interferito nel processo elettorale.
Trump ha presentato la vicenda come la più grave compromissione di informazioni elettorali nella storia americana, annunciando la declassificazione di documenti d’intelligence che, secondo la sua versione, dimostrerebbero le vulnerabilità del sistema.
Le accuse non equivalgono, tuttavia, alla prova che Pechino abbia modificato schede, registrazioni o risultati. Una valutazione pubblica dell’intelligence statunitense diffusa nel 2021 concluse che nessun attore straniero aveva alterato gli aspetti tecnici delle elezioni del 2020.
I dati che Trump attribuisce all’intelligence
Secondo il presidente, la Cina avrebbe avuto accesso a informazioni riguardanti nomi, indirizzi, numeri telefonici e preferenze politiche degli elettori americani.
Trump ha affermato che l’operazione avrebbe coinvolto almeno 18 Stati e che le autorità federali sarebbero state informate dell’intrusione già durante il ciclo elettorale del 2020.
Il presidente ha accusato i precedenti vertici degli apparati di sicurezza di non aver comunicato adeguatamente la portata della vicenda.
Pechino ha respinto le contestazioni. Un portavoce dell’ambasciata cinese ha sostenuto che la Cina non avrebbe interferito nelle elezioni americane e non intenderebbe farlo in futuro.
Il nodo dei 278mila non cittadini
Trump ha inoltre richiamato una verifica del Department of Homeland Security che avrebbe individuato circa 278mila persone prive della cittadinanza americana registrate negli elenchi elettorali federali.
Il dato, rilanciato dall’amministrazione, non chiarisce quante di queste persone abbiano effettivamente votato né se tutte le registrazioni contestate siano state confermate dopo i controlli.
Negli Stati Uniti il voto dei non cittadini nelle elezioni federali è vietato, ma la gestione degli elenchi e la verifica dei requisiti sono affidate principalmente ai singoli Stati.
L’offensiva contro il voto postale
Il discorso è servito a Trump per rilanciare la richiesta di approvare una nuova normativa federale sull’integrità elettorale.
La proposta sostenuta dalla Casa Bianca introdurrebbe l’obbligo di presentare una prova documentale della cittadinanza al momento della registrazione e imporrebbe limitazioni più severe al voto per corrispondenza.
Secondo il presidente, opporsi a queste misure significherebbe voler mantenere aperti spazi per irregolarità e manipolazioni.
L’opposizione replica che la cittadinanza è già un requisito per votare e che ulteriori documenti rischierebbero di creare ostacoli soprattutto per anziani, studenti, persone a basso reddito e donne che hanno cambiato cognome dopo il matrimonio.
I democratici: «Tentativo di delegittimare il voto»
I democratici hanno accusato Trump di utilizzare la Casa Bianca per rilanciare contestazioni non dimostrate sulle elezioni del 2020 e preparare il terreno per mettere in discussione anche i risultati delle consultazioni di metà mandato.
Secondo l’opposizione, la proposta sulla cittadinanza sarebbe un modo per ridurre la partecipazione elettorale di categorie considerate meno favorevoli ai repubblicani.
Particolare preoccupazione riguarda il voto postale, utilizzato da milioni di americani, compresi militari, cittadini residenti all’estero, anziani e persone con difficoltà di mobilità.
Il precedente delle elezioni del 2020
Trump continua a sostenere di essere stato sconfitto nel 2020 a causa di frodi e interferenze, nonostante le numerose verifiche, i riconteggi e le decisioni giudiziarie che non hanno individuato irregolarità capaci di modificare il risultato complessivo.
Il nuovo attacco alla Cina sposta però il centro della contestazione.
Non si parla più soltanto di schede postali, macchine per il voto o procedure statali, ma di una possibile operazione straniera su una quantità enorme di dati personali.
Il possesso di informazioni sugli elettori potrebbe essere utilizzato per campagne di propaganda, disinformazione o pressione politica. Questo, tuttavia, è diverso dalla manipolazione diretta dei voti.
Le perplessità nel Partito repubblicano
La nuova offensiva ha provocato preoccupazione anche in alcuni settori repubblicani.
Una parte del partito teme che continuare a concentrare la comunicazione sulle elezioni del 2020 possa allontanare gli elettori moderati, più interessati al costo della vita, all’inflazione, ai prezzi dei carburanti e alla guerra con l’Iran.
Gli esponenti vicini alla base trumpiana ritengono invece che il tema dell’integrità elettorale possa mobilitare i sostenitori più fedeli e aumentare la partecipazione alle elezioni di metà mandato.
La divisione riguarda quindi non soltanto il merito delle accuse, ma anche la strategia con cui affrontare una campagna elettorale sempre più difficile.
I sondaggi preoccupano la Casa Bianca
Un recente sondaggio Washington Post-Ipsos indica per Trump un gradimento complessivo del 37 per cento.
Il consenso scenderebbe al 33 per cento sulla gestione dell’economia e al 29 per cento sul conflitto con l’Iran. Una larga parte degli intervistati esprime inoltre preoccupazione per il costo della vita e per l’aumento dei prezzi energetici.
Anche una precedente rilevazione Reuters-Ipsos aveva registrato un forte malcontento sulla guerra con l’Iran e un indice di approvazione vicino ai livelli più bassi del secondo mandato di Trump.
Un cambio di argomento politico
Il momento scelto per il discorso non è casuale.
L’amministrazione è sotto pressione per la gestione della guerra, per il prezzo della benzina e per le difficoltà economiche percepite dalle famiglie.
Riportare l’attenzione sulla Cina e sulla sicurezza delle elezioni consente a Trump di parlare direttamente alla propria base e di presentarsi ancora una volta come il difensore di un sistema che considera compromesso.
Il rischio, per i repubblicani, è che l’operazione venga percepita come un tentativo di distogliere l’attenzione dai problemi quotidiani.
La distinzione tra furto di dati e voto manipolato
La questione centrale resta la natura delle prove che saranno rese pubbliche.
Un’intrusione in una banca dati elettorale sarebbe un fatto gravissimo e potrebbe rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Ma non dimostrerebbe automaticamente che i risultati del 2020 siano stati modificati.
Per sostenere una manipolazione del voto servirebbero elementi capaci di dimostrare cambiamenti nelle registrazioni, nelle schede, nei conteggi o nella certificazione dei risultati.
La valutazione dell’intelligence del 2021 affermava che non vi erano prove di alterazioni tecniche compiute da potenze straniere. La nuova documentazione annunciata da Trump dovrà quindi essere confrontata con quelle conclusioni.
Una battaglia destinata ad arrivare al Congresso
Il presidente vuole trasformare le accuse contro la Cina in uno strumento di pressione sul Senato.
La Casa Bianca chiede ai repubblicani di approvare rapidamente le nuove regole sulla prova della cittadinanza e sul voto postale. I democratici promettono invece una dura opposizione, sostenendo che la sicurezza elettorale non debba diventare il pretesto per limitare l’accesso alle urne.
Il confronto si preannuncia durissimo. Da una parte Trump sostiene che senza una riforma il voto di novembre resterà vulnerabile. Dall’altra, i democratici accusano il presidente di preparare una giustificazione preventiva per un’eventuale sconfitta.
Tra accuse ancora da dimostrare, rapporti d’intelligence da esaminare e una campagna elettorale già incandescente, il tema delle elezioni del 2020 torna così a dominare il dibattito politico americano.
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