Perché ognuno prima o poi si nutre al proprio Pantheon di immortali
Soltanto pochissimi uomini conquistano la gloria e l’immortalità terrena. Non sono necessariamente i migliori, ma di certo hanno un genio e un’energia che li rende unici, capaci di incarnare o di rappresentare in modo inconfondibile qualcosa del loro tempo, che poi, non a caso, a essi si riferisce per definirsi ed essere identificato. Nel mondo della politica, in quello dell’arte, della musica, della letteratura o della poesia esiste un vero e proprio Pantheon di immortali. Provare a immaginarlo ci fa sentire ridicoli e infantili – troppo grande la differenza tra noi e loro – ma anche compiaciuti per il fatto di partecipare in qualche modo alla loro grandezza, sentendoli parte di noi. E allora avanti con gli elenchi più raffazzonati e confusi. D’altra parte ognuno di noi ha la sua variabilissima lista di immortali, alla quale ogni tanto si finisce per pensare, vuoi per conoscerli meglio, dato che non li conosceremo mai abbastanza, vuoi per riflettere su noi stessi e su ciò che, grazie a loro, magari senza nemmeno rendercene conto, siamo diventati o saremmo potuti diventare.
Per molti di costoro la gloria fu postuma e dovettero soffrire molto per la mancanza di riconoscimento da parte dei loro contemporanei, altri la conquistarono realizzando semplicemente ciò che sentivano come proprio destino senza curarsi troppo del riconoscimento altrui; altri infine la conquistarono perché soprattutto la vollero. In ogni caso tutti sprigionano una sorta di fuoco sacro, che si manifesta indiscusso nella grandezza e nel genio delle loro opere.
“Sono uomini come tutti gli altri”, si sente dire spesso. E ci mancherebbe che non lo fossero! Le loro debolezze sono sovente molto più vistose di quelle dei comuni mortali. Penso alla vanità, all’egoismo, alla cupidigia, all’indifferenza, al disprezzo per gli altri, alla viltà. Ma guai ad appellarsi a queste debolezze, per sottolineare il fatto che non meritano l’ammirazione che viene loro tributata. “Nessuno è grande per il suo cameriere” recita un adagio reso celebre, credo, da Hegel. Ma questo, sia detto col massimo rispetto, è vero soltanto perché stiamo parlando di un cameriere, non certo perché non esiste la grandezza. Possiamo prendere l’adagio come un monito salutare rivolto a tutti i grandi, affinché non si prendano troppo sul serio, non perdano di vista i limiti che condividono con tutta l’umanità, ma non come misconoscimento della loro grandezza. D’altra parte le persone eccezionali sono tali per le opere che realizzano, non per altro. In termini di dignità umana, nessuno ne possiede più di un altro. Ma qui non stiamo parlando di dignità; stiamo parlando di genio, il quale sembra che sia stato distribuito dal Padreterno con criteri molto parsimoniosi e disuguali. A lui sì, a me no. A Mozart in abbondanza, al povero Salieri quasi niente. E siccome non è pensabile che il padreterno commetta ingiustizie, bisogna trovare il modo di venire a capo di questo busillis: perché alcuni hanno particolari doni che procurano loro onori, gloria, immortalità e altri no?
Il Padreterno potrebbe risponderci sbrigativamente con le parole che rivolse a Giobbe: “Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?”. Noi, prendendo sul serio questa sua signoria sul mondo e sulla storia, potremmo ammirare il genio e la grandezza altrui come un dono fatto a tutti, un’occasione per riflettere sull’umanità che tutti ci accomuna e magari – perché no? – sui costi e il dolore che a tutti la vita richiede. Il resto – arroganza, invidie, gelosie, viltà – è soltanto scoria.
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