Piketty spiega alla sinistra (europea e non solo) cosa fare di fronte al «guerriero senza bramini» Trump

Trump? «Un guerriero senza bramini», lo definisce l’economista francese Thomas Piketty. La decisione di ritirare 5000 soldati americani dall’Europa e le minacce sui dazi (che hanno sortito l’effetto sperato) per l’import sui mercati statunitensi dei prodotti industriali e agroalimentari nostrani sono soltanto le ultime due mosse che dimostrano quanto sia urgente per il Vecchio Continente, e in particolare per la sinistra europea, prendere consapevolezza del fatto che non si può più fare affidamento sul partner americano e che bisogna invece promuovere un proprio modello di sviluppo ecologico, sociale ed equo. Alla questione dei rapporti di forza interni agli Stati Uniti e della nuova fase aperta tra le due sponde dell’Atlantico dedica un’approfondita riflessione l’economista francese Thomas Piketty.
Il testo, titolato appunto «Trump, un guerriero senza bramini», prende le mosse dalle tradizionali «società trifunzionali», quelle cioè tripartite tra guerrieri, sacerdoti e lavoratori in cui l’ardore dei primii è temperato dai saggi consigli dei secondi. «Si suppone che questa alleanza tra le due classi dirigenti, i guerrieri e gli intellettuali, apporti equilibrio alla forza e assicuri uno sviluppo armonioso della società, sotto la guida delle sue élite naturali, che possono così guidare efficacemente la classe lavoratrice, dandole ordine e senso, e condividendo prestigio e vantaggi».
Senza seguire tutto il ragionamento sulle ricerche dell’antropologo George Dumézil, tutte le considerazioni sui bramini indù nel Manusmriti (redatto intorno al II secolo a.C.) o sui vescovi cristiani nell’Europa dell’anno mille, Piketty osserva che la tradizionale tripartizione «mira innanzitutto a disciplinare i guerrieri e a imporre loro un minimo di rispetto per il vasto sapere e la cultura scritta degli intellettuali, cosa che evidentemente non è affatto scontata nella realtà storica, dove nuove classi guerriere prendono il potere e si rovesciano a vicenda in modo continuo». Non mancano però i casi in cui le diverse classi sociali sono entrate in conflitto.
Il problema, scrive l’economista francese guardando all’America, è che «la storia sembra oggi ripetere lo stesso triste copione della rivalità tra élite»: «Da un lato, una destra mercantilista, bellicosa, nazionalista e che ama presentarsi come anti-intellettuale, incarnata negli Stati Uniti da Trump e dai repubblicani. Dall’altro, una sinistra brahmanica, colta, liberale e internazionalista, incarnata oltreoceano dai democratici». Per Piketty questa contrapposizione tra destra mercantilista e sinistra brahmanica è in gran parte artificiale: consente alle élite nazionaliste e liberali di spartirsi il potere e di consolidare il proprio dominio sulle classi lavoratrici, impedendo al contempo qualsiasi vera alternanza popolare. «Qualunque cosa ne dicano gli uni e gli altri, anche i trumpiani si avvalgono di centinaia di esperti e accademici, riuniti in potenti think tank come la Heritage Foundation. Il programma ipercapitalista che difendono – difesa viscerale delle gerarchie sociali, glorificazione dell’estrema concentrazione di potere e ricchezza e della fiscalità a favore dei ricchi che la sostiene – non è molto diverso da quello degli economisti liberali. Nell’età dell’oro dell’ordine “liberale”, quando Bush invase l’Iraq, la brutalità militare non aveva nulla da invidiare a quella odierna».
Ma il mondo non è sempre stato governato dalle élite, ricorda l’economista francese. A seguito delle rivoluzioni sociali del XIX secolo e del trionfo del suffragio universale nel XX secolo, le classi popolari e le loro organizzazioni sindacali e politiche sono riuscite a imporre una profonda trasformazione sociale, talvolta accedendo direttamente al potere (socialdemocratici svedesi dal 1932 al 1976, i laburisti britannici nel 1945, i socialisti e i comunisti francesi nel 1936 e nel 1945, i democratici rooseveltiani nel 1932), e più in generale ribaltando i rapporti di forza tra lavoro e capitale. «Durante il periodo d’oro del conflitto elettorale tra destra e sinistra, grosso modo dal 1910 al 1990, lo scontro politico opponeva le classi agiate nel loro complesso alle classi popolari. In tutti i paesi e in tutte le elezioni, le prime votano molto più massicciamente per i partiti di destra rispetto alla media, indipendentemente dal parametro considerato (patrimonio, reddito, titolo di studio), e viceversa per le seconde. Le élite sono politicamente unificate, così come le classi svantaggiate, con le classi popolari rurali che votano a sinistra quasi con la stessa forza di quelle urbane. Questa dialettica motrice permette di porre la riduzione delle disuguaglianze sociali al centro del conflitto politico».
Cosa è successo poi? È successo che questo sistema è andato in frantumi tra il periodo 1980-1990 e quello 2010-2020, scrive Piketty: «In tutte le democrazie occidentali si osserva che il reddito e il titolo di studio iniziano ad avere effetti divergenti sul voto. A parità di titolo di studio, un reddito più elevato porta sempre a un voto più orientato a destra. Ma a parità di reddito, un titolo di studio più elevato porta ormai a un voto più a sinistra. Ciò può essere spiegato da diversi fattori strutturali, a cominciare dalla crescente complessità della struttura sociale (con la democratizzazione dell’istruzione, lo stesso livello di istruzione apre ormai a redditi molto diversi, per ragioni sia scelte che subite) e dalla spettacolare risalita del divario territoriale (le piccole città hanno meno accesso rispetto ai grandi agglomerati urbani alle università e agli ospedali e sono maggiormente soggette alla concorrenza internazionale)».
Ma la spiegazione principale di questo processo, scrive Piketty, risiede nelle scelte politiche dei partiti socialdemocratici e affini, «che hanno progressivamente abbandonato ogni ambizione redistributiva, spingendo così una fetta crescente degli elettori più svantaggiati (soprattutto tra i meno istruiti delle piccole città) verso i nazionalisti e l’astensionismo». Per uscire dall’attuale crisi e dal finto scontro tra élite, conclude l’economista, «la sinistra deve riprendere l’ambizione egualitaria del passato e riunire le classi popolari di tutti i territori, accettando al contempo il fatto che le élite si uniscano contro di lei. È l’unico modo per ritrovare la possibilità di un vero alternarsi al potere e per affrontare il deterioramento della democrazia».
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