Pine Gap, la protesta Arrernte sfida l’alleanza con gli Stati Uniti: «Chiudete la base e restituiteci la terra»
Circa 300 persone hanno marciato verso la struttura d’intelligence nel Territorio del Nord. I proprietari tradizionali hanno consegnato una lettera chiedendo la restituzione dei terreni sacri, l’accesso ai siti culturali e un risarcimento per decenni di occupazione
Centinaia di manifestanti hanno raggiunto Pine Gap, alle porte di Mparntwe-Alice Springs, per chiedere la chiusura della più importante struttura d’intelligence congiunta tra Australia e Stati Uniti e la restituzione delle terre ai proprietari tradizionali Arrernte.
La mobilitazione, alla quale hanno partecipato circa 300 persone provenienti anche da altri Stati australiani, è stata la più grande organizzata davanti alla struttura dal 1987. Attivisti per i diritti delle Prime Nazioni, gruppi pacifisti e sostenitori della causa palestinese hanno marciato lungo la strada che conduce all’ingresso scandendo slogan contro Pine Gap e rivendicando la sovranità indigena.
La lettera consegnata alla base
Alla testa della protesta c’erano i membri della famiglia Hayes, custodi tradizionali dell’area sulla quale sorge il complesso militare.
Una delegazione Arrernte ha raggiunto i cancelli e consegnato agli ufficiali di polizia una lettera indirizzata ai responsabili della struttura. Nel documento vengono chiesti la chiusura della base, la restituzione della terra, l’accesso ai luoghi sacri e alle antiche incisioni rupestri rimaste all’interno del perimetro protetto.
I proprietari tradizionali chiedono anche un risarcimento per l’occupazione dell’area e sostegno per la costruzione di abitazioni nella comunità di Whitegate, dove alcune famiglie continuano a vivere in strutture precarie e dipendono dal trasporto esterno dell’acqua.
Felicity Hayes: «Vogliamo indietro la nostra terra»
Felicity Hayes ha spiegato che Pine Gap sorge su un territorio sacro per la sua famiglia e per il popolo Arrernte.
La donna ha raccontato di non poter visitare liberamente alcune aree culturali situate all’interno della struttura, compresi luoghi cerimoniali e siti di arte rupestre che i custodi vorrebbero controllare e proteggere.
Secondo Hayes, suo nonno partecipò alle prime trattative sull’utilizzo della terra, ma non comprendeva adeguatamente l’inglese e potrebbe non aver capito la reale natura del progetto presentato dalle autorità.
«Non vogliamo che Pine Gap continui a esistere sulla nostra terra», ha dichiarato davanti alla folla, chiedendo la restituzione di quello che ha definito un luogo sacro.
Una base avvolta dal segreto
Pine Gap venne istituita attraverso un accordo firmato da Australia e Stati Uniti nel 1966 ed entrò in funzione nel 1967.
Formalmente è una struttura congiunta, gestita da personale australiano e statunitense. Il governo australiano ha affermato che la forza lavoro è divisa approssimativamente a metà e che funzionari australiani partecipano alle operazioni e alle decisioni più importanti.
La struttura raccoglie informazioni attraverso satelliti di sorveglianza e fornisce intelligence, sistemi di allarme precoce per il lancio di missili balistici e dati utilizzati nel controllo degli armamenti, nella lotta al terrorismo e nel monitoraggio dello sviluppo militare di altri Paesi.
Nonostante la definizione ufficiale di “struttura congiunta”, molti attivisti la considerano una base statunitense collocata sul territorio australiano e sottratta a un adeguato controllo democratico.
Il governo sostiene invece che le attività siano svolte secondo il principio della piena conoscenza e del consenso australiano e che Pine Gap rappresenti un elemento essenziale per la sicurezza nazionale e per la collaborazione all’interno dell’alleanza con Washington.
Il ruolo nelle guerre americane
Una parte centrale della protesta ha riguardato il possibile utilizzo delle informazioni raccolte a Pine Gap nelle operazioni militari statunitensi e israeliane in Medio Oriente.
Documenti riservati emersi in passato hanno mostrato che la struttura è in grado di localizzare segnali elettronici e dispositivi di comunicazione, fornendo dati che possono contribuire all’individuazione di obiettivi militari.
Esperti di sicurezza ritengono probabile che le informazioni prodotte dalla rete d’intelligence vengano utilizzate dagli Stati Uniti nelle operazioni internazionali. Non esiste però una conferma pubblica che dati specificamente raccolti a Pine Gap siano stati utilizzati per selezionare determinati obiettivi a Gaza.
Il Dipartimento della Difesa continua a non commentare le operazioni della struttura. Alcuni specialisti sostengono inoltre che il governo australiano sappia quali informazioni vengono raccolte, ma potrebbe avere una conoscenza meno completa del modo in cui i dati vengono successivamente condivisi e impiegati dagli Stati Uniti.
Protesta per la Palestina e contro AUKUS
La manifestazione ha concluso un raduno di tre giorni organizzato ad Alice Springs da attivisti, accademici, gruppi pacifisti e rappresentanti indigeni.
Oltre alla chiusura di Pine Gap, una parte dei partecipanti ha chiesto la fine dell’alleanza militare con gli Stati Uniti e l’abbandono del programma AUKUS, l’accordo strategico tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti che comprende l’acquisizione di sottomarini a propulsione nucleare.
Durante la marcia sono state esposte bandiere aborigene e palestinesi e sono stati pronunciati slogan a sostegno delle popolazioni colpite dai conflitti in Palestina, Libano e Papua Occidentale.
Alla protesta ha partecipato anche il senatore dei Verdi David Shoebridge, secondo il quale Pine Gap permette a una potenza straniera di utilizzare il territorio australiano per operazioni sulle quali la popolazione non riceve informazioni sufficienti.
Shoebridge ha sostenuto che una base militare statunitense possa trasformare l’Australia centrale in un possibile obiettivo durante una crisi internazionale.
La base come possibile obiettivo
Tra le preoccupazioni espresse dai manifestanti figura proprio il rischio che Pine Gap, invece di rendere più sicura l’Australia, trasformi Alice Springs e le comunità circostanti in un obiettivo strategico.
Il governo federale respinge questa interpretazione e sostiene che le informazioni raccolte dalla struttura forniscano all’Australia capacità d’intelligence e di allerta missilistica che il Paese non potrebbe ottenere autonomamente.
Per Canberra, Pine Gap rafforza la sovranità australiana perché consente l’accesso a informazioni fondamentali per la sicurezza nazionale. Per gli oppositori, al contrario, dimostra quanto la politica estera e militare australiana dipenda dagli interessi di Washington. (aph.gov.au)
Due arresti durante il blocco della strada
La manifestazione principale di lunedì si è svolta senza arresti, in presenza di un ampio dispositivo formato dalla polizia del Territorio del Nord e dalla polizia federale.
La mattina successiva, però, alcuni attivisti hanno bloccato Hatt Road, la principale strada di accesso alla struttura, utilizzando dei veicoli.
La polizia ha arrestato due persone, di 19 e 34 anni, inizialmente per comportamento molesto. Tra loro ci sarebbe Aahana Nag, che si era assicurata al volante di un’automobile utilizzata per impedire il passaggio verso la base.
Nag ha accusato gli Stati Uniti di aver costruito la struttura dopo aver sottratto la terra ai suoi custodi tradizionali e ha sostenuto che l’Australia debba interrompere la propria partecipazione alle guerre americane.
Gli organizzatori della manifestazione principale hanno definito il blocco un’iniziativa autonoma, non concordata con la polizia. La strada è stata riaperta entro la mattinata.
Una storia di proteste lunga decenni
Pine Gap è oggetto di proteste fin dalla sua nascita.
Nel 1983 centinaia di donne parteciparono al campo pacifista Women for Survival, organizzato contro la militarizzazione, le armi nucleari e la presenza americana. Circa cento manifestanti furono arrestate dopo essere entrate nell’area e aver organizzato simbolicamente un “tea party”.
Nel 1987 più di mille persone marciarono verso la base. Da allora si sono susseguiti cortei, blocchi stradali, incursioni e azioni di disobbedienza civile, spesso legati alle guerre condotte dagli Stati Uniti e al mancato consenso dei proprietari tradizionali.
La mobilitazione del 2026 riunisce queste due storiche contestazioni: la lotta contro la guerra e la rivendicazione delle terre delle Prime Nazioni.
Una questione di sovranità
La protesta pone una domanda che va oltre il futuro della singola struttura: chi decide come può essere utilizzato il territorio australiano nelle operazioni militari internazionali?
Il governo risponde che Pine Gap è sottoposta al controllo congiunto dei due Paesi e opera nell’interesse della sicurezza nazionale.
Gli attivisti replicano che la segretezza impedisce ai cittadini e al Parlamento di conoscere completamente la natura delle attività svolte e le conseguenze delle informazioni prodotte.
Per i custodi Arrernte, però, il problema precede persino l’alleanza militare con gli Stati Uniti. La questione fondamentale resta una terra sacra sottratta all’accesso delle famiglie che la custodivano da generazioni.
La loro richiesta è semplice e radicale: chiudere Pine Gap, restituire la terra e permettere ai proprietari tradizionali di tornare a prendersi cura del proprio Paese.
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