Più libri, più liberi? No, c’è ancora tanta censura: il sondaggio del Secolo boccia la linea della fiera di Roma

Il numero che cambia il tono della vicenda è 80,9%. Tanti, nel sondaggio circolato questa settimana, hanno definito «inquisizione culturale» l’ipotesi che una fiera chiamata “Più libri più liberi” possa chiedere agli editori una dichiarazione di conformità politica prima di farli entrare. «I libri si giudicano leggendoli, non chiedendo agli editori un certificato di purezza politica», questa la specifica alla risposta più votata. Il caso nasce attorno alla fiera nazionale della piccola e media editoria, appuntamento romano che negli anni si è costruito un’identità fondata sull’accesso, sulla pluralità e sulla circolazione delle idee. Proprio per questo la questione pesa più del singolo episodio. Non riguarda soltanto chi espone, ma il criterio con cui un luogo culturale decide chi può stare dentro e chi deve restare fuori.
La fiera e il paradosso del controllo
Nel sondaggio del Secolo d’Italia appena l’1% considera la richiesta «una garanzia democratica», sostenendo che «i valori antifascisti sono alla base della Costituzione e chiunque ci si deve riconoscere». Il 18,1%, invece, sceglie una posizione diversa ma non meno critica: «È un autogol per la fiera. Se “più liberi” diventa “più controllati”, il problema è di credibilità culturale».
Il dato politico sta qui. Non in una contrapposizione tra memoria e revisionismo, ma nella distanza tra un principio condiviso e il modo scelto per amministrarlo. Una cosa è il perimetro costituzionale. Un’altra è trasformare una manifestazione editoriale in un ufficio di verifica preventiva delle intenzioni. La cultura, quando funziona, seleziona attraverso il confronto, il catalogo, la qualità, il pubblico. Quando chiede autocertificazioni o patentini ideologici, cambia mestiere.
Il nodo degli editori
Per gli editori, la fiera non è una passerella secondaria. È mercato, visibilità, relazioni, sopravvivenza. Chiedere una dichiarazione politica come condizione d’accesso significa introdurre un criterio che non misura libri, collane, traduzioni, ricerca o lavoro editoriale, ma l’allineamento a una certa parte.
Il precedente, se accettato, può scivolare facilmente oltre il caso specifico. Oggi una dichiarazione, domani una commissione, dopodomani una lista informale di editori graditi e non graditi. Senza bisogno di censure esplicite: basta rendere l’ingresso più complicato per alcuni e più naturale per altri.
Il sondaggio non è un referendum istituzionale, ma registra un clima. E il clima dice che una larga maggioranza percepisce la richiesta come restringimento.
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