Plasma, export e IA: così Takeda vuole rendere più sostenibile il sistema sanitario
Contenuto tratto dal numero di aprile 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
L’azienda biofarmaceutica Takeda è tra le prime tre aziende al mondo nella produzione di farmaci plasmaderivati. È una presenza significativa nel nostro Paese, dove è sbarcata nel 1982. “In Italia si contano circa 1,7 milioni di donatori volontari, che garantiscono gratuitamente la disponibilità di sangue e di plasma, ma è ancora fondamentale promuovere la donazione tra i giovani”, afferma Luca Gentile, head of external affairs di Takeda Italia, con oltre dieci anni di esperienza nella gestione delle relazioni esterne, della comunicazione e dello sviluppo commerciale.
L’industria farmaceutica si è confermata anche nel 2025 uno dei principali motori dell’export manifatturiero italiano. Qual èil ruolo di Takeda nel sistema salute?
L’azienda ha 1.300 dipendenti, un headquarter a Roma, due siti di eccellenza che lavorano il plasma per la produzione di farmaci plasmaderivati. Uno è nel Lazio, la seconda regione per importanza dopo la Lombardia per il settore farmaceutico: l’export di Takeda sulla provincia di Rieti pesa per circa il 70% sul totale. L’altro è a Pisa, in Toscana, la terza regione per importanza. Questi due stabilimenti sono parte di una rete globale che consente di fornire i prodotti Takeda a più di 80 paesi, quindi la dimostrazione dell’eccellenza del made in Italy esportato all’estero. Negli ultimi cinque anni, l’azienda ha investito 350 milioni di euro per promuovere una crescita sostenibile e a lungo termine degli stabilimenti, raddoppiando la capacità di frazionamento e di riempimento del plasma.
Qual è il ruolo e l’importanza del plasma?
Il plasma è una materia prima rara e preziosa. Non è sintetizzabile in laboratorio: se non lo hai, non puoi realizzare farmaci plasmaderivati, che nella maggior parte dei casi trattano patologie rare e non hanno alternative terapeutiche. Per curare una persona con immunodeficienze primitive per un anno occorrono 130 donazioni di plasma. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) lo ha paragonato all’acqua, ai metalli rari, alle fonti energetiche, considerandolo una risorsa strategica mondiale. La Commissione europea ha proposto una legge, il Critical Medicine Act, per migliorare la disponibilità, la fornitura e la produzione di medicinali essenziali all’interno dell’Unione europea. Tra questi ci sono anche i plasmaderivati: la carenza di questi farmaci può causare gravi danni alla salute pubblica. Anche l’Italia dovrà fare la sua parte, perché il nostro Paese con le donazioni gratuite riesce a sopperire al 60% del fabbisogno nazionale. Il restante 40% dei plasmaderivati va reperito all’estero, in particolare negli Stati Uniti, il maggior fornitore di plasma al mondo.
Quali sono le principali aree farmaceutiche in cui opera Takeda?
Oltre alle terapie plasmaderivate, l’azienda è storicamente leader nella gastroenterologia e nelle patologie infiammatorie, nelle malattie rare, neurodegenerative e neurologiche, nei trattamenti oncologici, nei vaccini. Dal 2023 rendiamo disponibile la profilassi contro la malattia da Dengue, che l’Oms ha aggiunto alla sua lista di vaccini prequalificati valutandone la qualità e l’idoneità all’uso nei programmi di vaccinazione pubblica.
Qual è la cultura aziendale di Takeda?
Takeda è un’azienda giapponese, con una forte cultura valoriale, coerente da 245 anni. Il cuore è rappresentato da due elementi: il Takeda-ismo e il Ptrb. Il Takeda-ismo è il fondamento storico e identitario dell’azienda, costituito dai valori di integrità, correttezza, onestà e perseveranza che guidano ogni comportamento dal 1781. Quanto all’altro aspetto, Ptrb sta per ‘patient, trust, reputation, business’, in questo ordine. Takeda applica questo framework unico per prendere decisioni e valutare le proprie priorità. L’attenzione è verso i pazienti; costruisce la fiducia con il contesto esterno, tutela e rafforza la reputazione e arriva infine al business, in un ciclo costante, che viene richiamato in tutto ciò che facciamo.
Che cos’è la leadership per lei?
È l’insieme dei comportamenti che guidano il modo in cui lavoriamo e contribuiamo all’impatto dell’azienda. Dal modo in cui cerchiamo modalità innovative per soddisfare i bisogni dei pazienti a creare un contesto in cui le persone siano motivate a lavorare, a sviluppare competenze e capacità organizzative a lungo termine. Il tutto nell’ottica della mentalità giapponese: non per il presente, ma soprattutto per il futuro.
Parliamo di silver economy e dell’importanza degli anziani nella società: qual è il vostro impegno nella sostenibilità sociale?
Vorrei ampliare il concetto di sostenibilità sociale alla sostenibilità delle cure: non sviluppiamo solo farmaci innovativi, ma contribuiamo a creare le condizioni per cui queste terapie siano accessibili – in tempi rapidi, attraverso percorsi di cure efficaci – a tutti, in maniera uniforme su tutto il territorio. È necessario individuare soluzioni che coniughino l’innovazione della terapia con l’equità e la sostenibilità. Nel periodo del Covid abbiamo realizzato un progetto con un paesino della Campania, dove fornivamo agli anziani che vivevano da soli sistemi tecnologici per essere monitorati dai caregiver. La salute deve essere vista come un investimento sociale, oltre che sanitario ed economico, e deve generare benefici non solo per i pazienti, ma per la comunità, perché ci dimentichiamo troppo spesso che dietro al paziente c’è una famiglia. Vedere la soddisfazione dell’intero nucleo familiare è la vera soddisfazione.
In che modo Takeda integra l’intelligenza artificiale nei processi produttivi?
L’obiettivo fondamentale è quello di portare a un miglioramento dell’efficienza, della qualità e della produttività. Adottiamo l’IA per semplificare le operazioni quotidiane, automatizzare i passaggi ripetitivi, ridurre il time to market, in modo da reinvestire le risorse in formazione e specializzazione del personale, creando un circolo virtuoso tra tecnologia e persone. L’IA deve amplificare il lavoro umano, non sostituirlo.
Quali sono le nuove sfide della sanità?
Le sfide sono legate alla sostenibilità, alla digitalizzazione, alla disparità territoriale: le regioni hanno velocità diverse tra loro. Ci deve essere invece un approccio uniforme su tutto il territorio: spesso vediamo cittadini che per ottenere una diagnosi devono girare più centri di eccellenza in regioni diverse. È necessario ridurre i tempi di diagnosi, gli spostamenti, integrare la medicina di prossimità, garantire un equo accesso e ridurre l’impatto ambientale delle strutture. Poi c’è il tema dell’invecchiamento della popolazione, della carenza di personale, o meglio, della retribuzione adeguata del personale. Perché il personale ci sarebbe, ma purtroppo lo perdiamo perché va all’estero. Sono aspetti che necessitano di un approccio sistemico e strutturato.
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