Processare con urgenza la lagna. La lamentazione sociologica attorno al caso Milano. Imparare da Mamdani
Si può considerare giorno di festa quello delle assoluzioni milanesi. Non per la salvaguardia degli interessi immobiliari e di lavoro in gioco. Anzi. La simpatia per gli immobiliaristi è mitigata dall’esempio americano, il paese dove gli immobiliaristi dominano politica e geopolitica con risultati piuttosto scarsi e manifestazioni di wrestling dei potenti generalmente imbarazzanti. Per non parlare di quanto accade al Consolato americano di Milano con la manodopera indiana. Dunque non è la simpatia per la categoria di coloro che investono e costruiscono le torri e molto altro a suggerire il festeggiamento. E’ la fine, si spera, dell’adunata dei lagnosi. Non appena partite le inchieste, infatti, è esplosa la sociologia del disagio urbano. Non in forme comprensibili e forse perfino dovute, come l’occhio critico sugli affitti, sulla condizione dei pendolari, sulla penuria di cose e case a buon mercato, sulla condizione di particolari categorie come gli studenti, sugli eccessi narcisistici di tutti quei boscosi grattacieli e dei loro would be abitatori di gran lusso. La lagna, questo è subito emerso come il problema. Si è generato, sulla scia del circuito mediatico-giudiziario, un ciclo di lamentazione sociologica intollerabile.
Si sa che Milano è una città moderna collocata nel cuore dell’Europa produttiva e finanziaria e del lavoro e del consumo e dei dané. Sarà anche una città un po’ bottegaia, e ha i suoi difettucci, come tutte le città. Ma i suoi borgomastri e imprenditori sanno il fatto loro, non hanno l’aria degli scappati di casa. Giusto che la legge e il piano regolatore e la rete delle varie norme amministrative siano vigilate e rispettate, ma appena partita l’inchiesta ecco qualcosa che non ha niente a che fare con la denuncia sociale, la lagna, farsi avanti per ogni dove. Una Milano da libro Cuore, una specie di caricatura della condizione primo-industriale dickensiana, Milano che era da bere, la città degli insopportabili “eventi”, della pubblicità, del commercio, della moda, del lusso, del design, la città che traina e corrompe il sistema nelle sue fibre più intime diventa in un istante una specie di intrico miserabile di problemi, anche fasulli, legati alla diffusione della povertà e della più profonda insoddisfazione dell’esistenza umana, con i beni primari e i modi di vita di un benessere possibile sequestrati per avidità da una cricca di lestofanti travestiti da costruttori. Che brutta storia, questa della lagna. Si può pensare che Zhoran Mamdani, il sindaco che ha rivoluzionato a chiacchiere New York, sia stato come candidato e sia come governante una mezza truffa socialista, con i voli acrobatici sui trasporti gratis e le tasse da quattro soldi sulle seconde case e altre demagogie, ma certo non è stato un capitolo della lagna. Anche a sinistra, e poi dovunque, bisognerebbe escludere ciò che non ha corpo intellettuale e morale dai programmi e dalle famose narrazioni, ciò che suona e sa di conformistica resa alla solita solfa lamentevole. Più Mamdani, meno lagna.
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