Quanto costa alla politica tenere il popolo in allarme perenne sulla propria sicurezza

01 Agosto 2026 - 08:10
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Ci sono da una parte il demos, il popolo deliberante, dall’altra il laos, il popolo in armi che rumoreggia. Certo, si tratta in qualche modo di due immagini mitiche che non si riscontrano nella realtà, per così dire, in purezza, e tuttavia esistono. Sono due proiezioni della nostra idea di popolo che vivono anche nella contemporaneità, agiscono intorno a noi, pulsano e pesano nei nostri pensieri. Si tratta infatti anche di due modi di intendere la democrazia. Vivono spesso fra loro mescolati, lasciano che l’uno prevalga sull’altro mostrando in alcune occasioni il volto riflessivo di un popolo attento al proprio destino o, in altre, quello della moltitudine in tumulto. Entrambe trovano una radice e una spiegazione psico-politica. Il problema, tuttavia, nasce quando la politica si accorge di quale potenziale di consenso sprigiona il laos, di che fonte energetica sia quella costituita da un popolo mantenuto in permanente allarme circa la propria sicurezza. Di come una collettività assediata dal crimine e per questo bisognosa di rassicurazione, penda dalle labbra del salvifico legislatore, di quel dispensatore di pene sempre più dure e intimidatorie e di sempre nuove fattispecie di reati, di aggravanti e di ostatività.

Dice il presidente Meloni, per giustificare il ddl sulla imputabilità dei minori, che “chi rapina, chi aggredisce, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha quindici o sedici anni”. La riforma serve, a suo dire, a dare una raddrizzata a quella categoria di minori, evidentemente ritenuta assai vasta, “che pensano di fare come vogliono perché tanto sanno che non accadrà loro nulla”. Insufflare nell’opinione pubblica l’idea dell’impunità giova a galvanizzare l’aspettativa della risposta securitaria. Abbiamo già sentito in passato, nel medesimo mood della retorica giustizialista, il dottor Davigo elucubrare dei “codici spaventapasseri” e del paese nel quale gli assolti sono “colpevoli che l’hanno fatta franca”. Non si dice quanti siano i minorenni violentatori, rapinatori o devastatori che si sono sottratti al processo perché dichiarati non imputabili per immaturità ai sensi dell’art. 98 c.p. Ma è bene che il grande pubblico ignori le statistiche e i dati e creda che il nemico dal quale oggi occorre difendersi è costituito dall’esercito insidioso dei minorenni.

Questa propaganda funziona e corre veloce sui social. Quella norma prudente che investiva il giudice del controllo di maturità dei minorenni, scritta nel 1930 dal fascistissimo Guardasigilli Rocco, viene spazzata via dall’ennesima norma vessillo, indifferente all’art. 31 della Costituzione, che “protegge la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. La stessa norma che tutelava la maternità, anch’essa scritta nel codice fascistissimo, è stata travolta dall’ennesimo pacchetto sicurezza così che il nido di Rebibbia, che si era finalmente spopolato, ha per ospite una bimba di pochi mesi. La geografia securitaria ha disegnato una mappa sui nostri territori e le nostre città: le zone rosse del centro, le periferie suburbane abbandonate dei rave, le stazioni metropolitane dei rom, le strade dei maranza. La moltiplicazione e attualizzazione dei nemici della sicurezza, ancorata ai fatti della cronaca quotidiana, è una fabbrica straordinaria del consenso che non chiude mai. Si tratta di un dispositivo sempre efficace e a presunto costo zero, visto che i costi umani e i princìpi scritti nella nostra Costituzione, nelle Carte e nelle Convenzioni non hanno un pil. Non solo non vengono calcolati i costi delle carcerazioni, del sovraffollamento e dei suicidi, ma neppure quelli che sopporta la società nel vedere un minore, occasionale spacciatore, essere inserito in un circuito carcerario stigmatizzante e puramente punitivo, dal quale uscirà piuttosto come un più pericoloso spacciatore professionale.

Ma avere a disposizione un popolo in perenne tumulto, sensibile al populismo penale e alla retorica del giustizialismo, è così vantaggioso che nessuno più auspica il ritorno di quel demos deliberante, riflessivo e costruttivo, diffidente dell’immediato e portatore di un pensiero critico. Ma sfugge purtroppo che, a ben vedere – come ha scritto di recente Giordano Bruno Guerri – quella spinta che si somministra quotidianamente al pubblico inseguendone le pulsioni più viscerali non è né propulsiva, né propizia alla democrazia, ma “si fa zavorra per il popolo”, e lo inchioda a un perenne presente emotivo privo di ogni futuro.

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