Nuovo flop di Gratteri: assolti 60 imputati su 68
Otto condanne e sessanta assoluzioni. E’ crollato come un castello di sabbia l’ennesimo processo nato da un’inchiesta coordinata da Nicola Gratteri quando era alla guida della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Si tratta della maxi operazione “Black Wood”, lanciata nell’ottobre 2022 e incentrata sul presunto coinvolgimento della ’ndrangheta nella gestione della centrale a biomasse di Cutro e sull’utilizzo di rifiuti illeciti nel ciclo di produzione dell’energia. La procura guidata da Gratteri chiese e ottenne 31 misure di custodia cautelare. Tra le persone arrestate anche i fratelli Carmine e Domenico Serravalle, proprietari della Serravalle Energy, che nel 2015 aveva rilevato la centrale di Cutro, e Domenico e Salvatore Serravalle, proprietari dell’omonima industria boschiva. I quattro appartengono a una nota famiglia attiva da generazioni nel settore boschivo in Calabria. Contro di loro la procura mosse l’accusa più infamante: quella di aver inquinato la propria terra per profitto. I Serravalle passarono cinque mesi in carcere e svariati mesi agli arresti domiciliari. Nei giorni scorsi sono stati tutti assolti dal tribunale di Crotone. Con loro altre 58 persone: il 90 per cento degli imputati è stato assolto. “Numeri fisiologici”, dirà ora qualcuno dall’Anm. Ma il fatto che nove imputati su dieci siano assolti dopo quattro anni di calvario giudiziario non appare proprio normale.
Anche perché alle lungaggini giudiziarie si aggiunge la gogna. Basti pensare che il 3 ottobre 2022 Gratteri illustrò i risultati dell’operazione durante una conferenza stampa, spiegando che era stata sgominata una rete di persone che bruciavano rifiuti speciali alla centrale a biomasse di Cutro, ironizzando sul principio di presunzione di innocenza: “Questi presunti innocenti hanno gestito il controllo dei boschi, il controllo della Presila, partendo dal Crotonese fino alla provincia di Cosenza”, disse Gratteri. “Questi presunti innocenti nelle biomasse nel cippato mettevano spazzatura, scarti come catrame e asfalto, copertoni, residui delle lavorazioni sull’autostrada – aggiunse –. Questo, secondo l’indagine, ha creato grande inquinamento. Riuscivano in modo mafioso ad accaparrarsi il taglio dei boschi, a conferire a dei soci l’acquisto delle biomasse di Cutro e a inserire spazzatura nel cippato”. Più che una conferenza stampa una condanna mediatica anticipata.
“Un pilastro delle accuse rivolte ai Serravalle era costituito da alcune intercettazioni con un fornitore ritenuto vicino alla ‘ndrangheta. Ebbene, quelle intercettazioni sono state interpretate in modo diametralmente opposto rispetto al loro reale significato”, racconta al Foglio l’avvocato Francesco Verri, che ha difeso i Serravalle insieme ai colleghi Enzo Ioppoli e Angela La Gamma. “Le conversazioni non dimostrano affatto un accordo illecito. Anzi, dimostrano l'esatto contrario – aggiunge –. Si sente chiaramente che i Serravalle raccomandano al fornitore di eliminare impurità, cartacce e plastica dal materiale consegnato, avvertendolo che, se il carico fosse arrivato sporco, sarebbe stato respinto. Non c’è alcun patto criminale: c’è un fornitore che tenta di aggirare i controlli e un acquirente che pretende il rispetto delle regole”.
“La vicenda ha lasciato ferite profondissime – prosegue Verri –. I fratelli Serravalle hanno dimostrato una straordinaria capacità di resistenza, ma ancora oggi non riescono a parlare di quello che hanno vissuto senza commuoversi. Il giorno della sentenza erano tutti presenti in aula. Io sono tornato a casa con la camicia completamente bagnata dalle loro lacrime. Ricordo perfettamente le parole di Carmine Serravalle: ‘Sono felice, certo, ma non riuscirò mai a dimenticare quello che ho vissuto. E’ stato il periodo più brutto della mia vita’. Credo che questa frase riassuma meglio di qualsiasi altra il peso umano di questa vicenda”.
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