Ricordate Cesar Prates? "Tutti si fermano a quel tiro in curva, ma Cristiano Ronaldo guardava me per le punizioni e Capello voleva fare di me l'attaccante più forte al mondo"

12 Giugno 2026 - 13:52
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Quanti ricordi da parte del brasiliano diventato suo malgrado un meme

“Sono diventato un meme anche in Brasile. Non mi ha mai dato davvero fastidio, però mi ha segnato la carriera. Ma dico io: chi non ha mai sbagliato un tiro?”. Cesar Prates, nella mente di tutti, è da tempo un nome urlato dalle inconfondibili voci della Gialappa's Band prima di un tiro alle stelle. Per antonomasia, viene esteso a chiunque calci altissimo.

LE ORIGINI DI CESAR PRATES

“Mio padre vendette un televisore per pagarmi il biglietto dell’autobus da Aratiba a Porto Alegre, dovevo fare un provino con l’Internacional. Era un investimento su di me, a 17 anni. Da ragazzo lavoravo in fattoria, facevo palleggi con le arance per allenarmi e correvo dietro alle galline per migliorare fisicamente. Questa era la mia vita: passione e sacrificio”.

TRA LIVORNO E CHIEVO

“Con Donadoni giocavo esterno destro, poi arrivò Mazzone e mi mise trequartista dietro Lucarelli… un matto (ride, ndr). Pensava che da brasiliano dovessi fare il fantasista, ma io ero un terzino. Ho fatto trenta presenze, poi sono andato al Chievo. Scelta sbagliata: dovevo lasciare prima l’Italia. Ormai la mia reputazione era legata a quel famoso tiro in curva”.

QUEL TIRO MALEDETTO

“Juventus-Livorno, novembre 2005. Palla respinta da calcio d’angolo, tiro al volo da fuori e palla in curva. Nella mia testa era solo un brutto tiro, non immaginavo diventasse una gag della Gialappa’s. Ancora oggi su YouTube ci sono video di giocatori che svirgolano un tiro con sopra la voce ironica dei telecronisti che urlano ‘Cesar Pratesss’. In Italia mi ricordano più per questo che per tutto il resto”.

REAL MADRID E IL NO A CAPELLO

“L’esperienza migliore della mia vita. Ero un terzino veloce, tecnico, ma poco fisico. Roberto Carlos mi considerava tra i migliori nel ruolo. Grazie a lui arrivai a Madrid nel 1997: avevo 22 anni. C’erano Guti, Raul, Redondo, Hierro, grandi campioni. Ho giocato solo nel Castilla, peccato solo non aver debuttato in prima squadra. Il vero rimpianto, però, rimane un altro. Un giorno Fabio Capello disse a Roberto Carlos, davanti a me, che avrebbe potuto trasformarmi in uno dei migliori attaccanti al mondo. Io rifiutai: non volevo cambiare ruolo, avevo in testa solo il Mondiale del 1998 da terzino. Alla fine, non ci sono arrivato. Col senno di poi, ho sbagliato: avrei dovuto ascoltare Don Fabio”.

IL MAESTRO DI RONALDO

"Diciamo che gli ho fatto vedere il mio modo di calciare: gambe divaricate, tre passi, impatto col collo del piede. Un metodo che mi aveva insegnato un mio compagno all’Internacional. Cristiano, alla fine di ogni allenamento (allo Sporting Lisbona, ndr), mi osservava calciare. Ma lui era già di un altro livello: aveva talento, forza, precisione, una disciplina fuori dal normale. Diceva già che sarebbe diventato il più forte e così è stato”.

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