Rinnovabili, la sinistra predica “green” e razzola male. Rotelli accusa: “Dove governa sa solo dire no”

La sinistra predica la transizione ecologica a Roma, ma la frena nei territori che governa. Nel pieno dello scontro sugli impianti rinnovabili, sulle aree idonee e sul consumo di suolo agricolo, Mauro Rotelli, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera, sentito dal Secolo d’Italia, accusa Pd e Movimento 5 Stelle di usare il green come bandiera ideologica: lo invocano in Parlamento, lo brandiscono contro il governo, poi nelle Regioni amministrate dal campo largo scoprono di colpo il valore del paesaggio, delle comunità locali e della tutela agricola. «Una delle cose più scandalose», attacca Rotelli, «è questo cortocircuito politico: la sinistra parla di rinnovabili dalla mattina alla sera, ma nelle Regioni che governa dice sempre no. Ognuno faccia la propria parte: non si può scaricare sempre sugli stessi territori il peso della transizione».
Il caso Sardegna e il cortocircuito del campo largo
Il caso politico più evidente, nella lettura di Rotelli, è la Sardegna guidata da Alessandra Todde. L’isola, amministrata dal Movimento 5 Stelle con il sostegno del campo largo, ha aperto un braccio di ferro sulle aree idonee per le rinnovabili, rivendicando prerogative regionali, tutela del territorio e difesa dalle imposizioni. Argomenti legittimi, osserva Rotelli, ma che diventano politicamente rivelatori se arrivano dagli stessi partiti che a Roma accusano il governo di non accelerare abbastanza. «Il governo non vuole essere strumentalizzato», spiega. «Se una Regione dice che un impianto non lo vuole, il Consiglio dei ministri ne tiene conto. Ma allora Pd e Movimento 5 Stelle abbiano almeno il pudore di non dare lezioni agli altri».
Dove conviene produrre
Il bersaglio, precisa Rotelli, non sono le rinnovabili. È la concentrazione degli impianti dove produrre costa meno, indipendentemente dall’equilibrio territoriale. Nel Lazio, secondo i dati diffusi al Forum Energia di Legambiente Lazio 2026, risultano 178 impianti Fer in attesa di valutazione, per una potenza potenziale di 5.158 megawatt. La quota più alta riguarda la Tuscia: 3.851 megawatt. «Non è che nel Viterbese ci sia più vento rispetto alla Sardegna o più sole rispetto alla Sicilia», osserva Rotelli da buon viterbese. «Il punto è che lì c’è un’infrastruttura pronta: la centrale elettronucleare di Montalto. Mai entrata in funzione — precisa — Ma che per chi produce energia è come trovare un’autostrada già costruita: ti agganci e vendi».
La scelta dei territori, dunque, non segue soltanto la disponibilità naturale di sole e vento. Conta la rete, contano le sottostazioni, conta la possibilità di immettere energia rapidamente sul mercato. «Quando si supera un certo livello, c’è un tema di cumulo», insiste Rotelli. «Ci sono territori che hanno già dato. Non si può continuare ad aggiungere impianti all’infinito solo perché per qualcuno è più conveniente farli lì».
Agricoltura che arretra, boschi che avanzano
C’è poi un altro dato, meno raccontato, che aiuta a leggere la questione. In Italia la superficie forestale è cresciuta: secondo Ispra è passata dal secondo dopoguerra da 5,6 a 11,1 milioni di ettari, anche per l’abbandono delle aree agricole marginali di collina e montagna. A leggere solo la percentuale sembra un successo. Ma spesso dietro quel verde c’è una terra che ha perso presidio agricolo.
Istat fotografa lo stesso processo da un’altra angolazione: le aziende agricole erano 2,8 milioni nel 1990 e sono scese a 1,1 milioni nel 2023; l’occupazione agricola, dal dopoguerra a oggi, si è ridotta fino a pesare poco più del 3 per cento della popolazione attiva. «Meno agricoltori significa anche meno manutenzione quotidiana del territorio».
È qui che la partita delle rinnovabili incrocia quella dell’abbandono. Se coltivare rende poco e una società energetica offre cifre molto più alte per installare pannelli o pale, il passaggio da campo agricolo a sito industriale diventa una tentazione concreta. «Cambia proprio tutto», osserva Rotelli. «Da produzione agricola diventi produzione industriale di energia».
Tutelare territorio è compito dei conservatori
Il rischio è confondere il verde statistico con l’ambiente curato. Aree lasciate senza gestione, arbusteti, vegetazione secca e sottobosco non presidiato aumentano la fragilità dei territori, anche sul fronte degli incendi. Ispra ha segnalato che nel 2025 la superficie complessiva percorsa dal fuoco è arrivata a 965 chilometri quadrati, quasi il doppio rispetto al 2024.
Per Rotelli, la soluzione non è fermare tutto, ma scegliere meglio: tetti, aree industriali, superfici già compromesse, revamping degli impianti esistenti. «Un pannello di vent’anni fa non ha le prestazioni di uno del 2026», spiega. «Solo cambiando i pannelli vecchi con quelli nuovi puoi aumentare la produzione in modo significativo, senza occupare un centimetro quadrato di suolo in più».
Qui si chiude anche il ragionamento politico. Conservare, per Rotelli, non significa bloccare il futuro: significa difendere ciò che non torna più una volta perduto. «La parola conservatore non è casuale», conclude. «Vuol dire conservare il paesaggio, la terra, l’agricoltura, l’identità dei territori. L’ambiente non si difende con gli slogan, ma con equilibrio, rispetto dei luoghi e scelte serie».
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