Alert sismico sui cellulari, Biondi candida L’Aquila come città pilota: “Serve prevenzione”

L’Aquila può candidarsi a diventare la prima città italiana per una sperimentazione dell’allerta sismica sui telefoni. Il sindaco di Fratelli d’Italia Pierluigi Biondi non chiude la porta all’ipotesi rilanciata dopo il terremoto in Venezuela, dove un sistema di notifica ha avvisato la popolazione a scossa già iniziata. Anzi, rivendica per la sua città un titolo naturale: quello di comunità che ha conosciuto il sisma, ha ricostruito e oggi può offrire al Paese un’esperienza concreta. Ma il primo cittadino mette subito un argine alla suggestione tecnologica: «L’alert sullo smartphone non è la soluzione».
Il punto, per Biondi, è evitare l’equivoco più pericoloso: far credere che una notifica possa sostituire ciò che davvero salva le vite. «I terremoti non si possono prevedere», ricorda in un’intervista a La Stampa. Il sistema entrato in azione a Caracas, precisa, non anticipa il sisma, ma lo intercetta mentre è già in corso e invia un avviso pochi secondi prima dell’arrivo delle onde più distruttive. Un margine minimo, che in alcuni casi può servire, benché non cambi da solo il livello di sicurezza di un territorio.
Il fattore tempo
L’Aquila sa bene che il tempo è tutto. Il terremoto del 6 aprile 2009 colpì alle 3.32, quando la città dormiva. In una condizione del genere, osserva Biondi, «quei pochi secondi, in una città addormentata, difficilmente avrebbero potuto cambiare le cose».
In Italia, del resto, un’infrastruttura nazionale è già stata avviata. IT-Alert, il sistema della Protezione civile, è pensato per scenari come maremoti e disastri industriali. Per Biondi il suo sviluppo va accompagnato, anche guardando a nuove applicazioni. «Se ci fosse una sperimentazione, la nostra avrebbe tutte le ragioni per candidarsi come città pilota», afferma. La condizione, però, è chiara: l’allarme deve essere un tassello, non una scorciatoia.
La lezione della ricostruzione
È qui che il sindaco porta il discorso sul terreno più concreto. La sicurezza sismica, sostiene, comincia prima della scossa: dalla qualità degli edifici, dalla pianificazione urbana, dai piani di emergenza, dalla consapevolezza dei cittadini. «Nessuna tecnologia potrà mai sostituire ciò che realmente protegge le vite: costruire bene, pianificare, prevenire». In diciassette anni, aggiunge, L’Aquila ha costruito un modello che può essere utile all’Italia proprio perché nato dentro una tragedia reale, non in un dibattito astratto.
C’è poi il capitolo, ancora sensibile, della comunicazione del rischio. Biondi distingue il tema della previsione, impossibile, da quello delle rassicurazioni improprie. Prima del 2009 lo sciame sismico durava da mesi e molti aquilani dormivano fuori casa per prudenza. «L’assenza di certezze su un evento non deve mai essere comunicata come certezza che quell’evento non si verificherà», dice. È forse la sintesi più netta della sua posizione: informare senza creare panico, ma anche senza spegnere la percezione del pericolo.
Il legame con il Venezuela
Nelle stesse ore L’Aquila ha espresso vicinanza al Venezuela anche a nome di Anci Abruzzo. Non è un gesto solo istituzionale. Dopo il sisma del 2009, la comunità italo-venezuelana contribuì alla realizzazione del Centro sociale «Bafile» a Villa Sant’Angelo, il comune allora guidato da Biondi e tra i più colpiti. «Chi ha vissuto un terremoto riconosce quel dolore», afferma.
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