Roma come una graticola: la colpa non è del cambiamento climatico ma della politica

19 Luglio 2026 - 12:45
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Roma come una graticola: la colpa non è del cambiamento climatico ma della politica

Roma come una graticola: la colpa non è del cambiamento climatico ma della politica

Roma è sempre più calda. Le estati si fanno più torride, le isole di calore si estendono e interi quartieri diventano invivibili nelle ore centrali della giornata. Il punto, però, non è il cambiamento climatico. C’entra, eccome, anche la politica; o meglio, le scelte urbanistiche compiute nell’ultimo decennio da due amministrazioni che, pur appartenendo a stagioni politiche quasi diverse, hanno finito per condividere la stessa idea di città: molto cemento, poco verde diffuso e alberi considerati quasi un complemento d’arredo, quando non un nemico da abbattere. E tanto, tanto greenwashing instagrammabile che però, ahinoi, non offre lo stesso sollievo dell’ombra di una quercia.

Roma come una graticola

La polemica esplosa sui social in questi giorni su Piazza Risorgimento e rilanciata anche dal Corriere della Sera, fotografa perfettamente questa deriva, ed è l’ultima di una lunga serie. L’immagine di un termometro appoggiato sulla pavimentazione che sfiora i 53 gradi ha fatto il giro dei social, accompagnata dalla denuncia di una piazza trasformata in una distesa di lastroni di travertino, peperino e calcestruzzo, con alberi rinchiusi in grandi vasi, molti dei quali già secchi o destinati a diventarlo a stretto giro, incapaci di offrire ombra proprio perché privati delle condizioni necessarie per vivere: spazio per metter radici, un po’ d’acqua… Assurdo, eh?

La realtà rovente della Capitale oltre il panico climatico

La denuncia centra benissimo il bersaglio sul piano politico e urbanistico, ma fa acqua sul piano scientifico. Misurare la temperatura dell’aria richiede procedure rigorose definite dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Da decenni gli standard prevedono sensori collocati a circa 2 metri dal suolo, sopra un manto erboso e protetti dall’irraggiamento diretto mediante appositi schermi. Un termometro appoggiato sul travertino o sull’asfalto in pieno sole misura la temperatura della superficie irradiata, non quella dell’aria.

Si tratta di un fenomeno reale e perfettamente spiegabile dal punto di vista fisico, esattamente come accade sul cofano di un’automobile lasciata per ore sotto il sole. Quei cinquantatré gradi narrano quanto possa diventare rovente una pavimentazione, ma non rappresentano la temperatura atmosferica secondo alcun protocollo meteorologico riconosciuto. Panico climatico un tanto al kg, insomma… instagrammabile anch’esso.

Una delle maggiori isole di calore urbane d’Europa

Il chiarimento metodologico, tuttavia, rafforza anziché indebolire la critica politica. Per denunciare gli orrori urbanistici della nuova Roma basta osservare la città: le argomentazioni solide valgono molto più di una misurazione estemporanea.

La Capitale rappresenta una delle maggiori isole di calore urbane d’Europa. Oltre un milione di cittadini vive in aree ad alta esposizione termica e, nei quartieri più impermeabilizzati, la differenza rispetto alle campagne circostanti può raggiungere anche i sei gradi di differenza. Asfalto, pietra, cemento e scarsità di alberature modificano il microclima urbano molto più di qualsiasi slogan ambientalista, anche se di sinistra e di maggioranza, nella Capitale.

Le responsabilità politiche e amministrative, da Raggi a Gualtieri

Le responsabilità hanno una precisa continuità politica e amministrativa. Virginia Raggi aveva promesso il consumo di suolo zero, salvo ritrovarsi al centro di pesanti contestazioni per la gestione di grandi trasformazioni urbanistiche, dal progetto di Tor di Valle alla prosecuzione di piani edilizi nelle periferie fino ai ritardi nella tutela di aree di pregio ambientale, o salvo firmare progetti che promuovevano l’abbattimento di alberature secolari e sane.

Roberto Gualtieri ha scelto una strada ancora più evidente, trasformando molti interventi legati al Giubileo o al Pnrr in esercizi di urbanistica basata sulle betoniere. Piazza Risorgimento è uno dei simboli di questa filosofia: grandi superfici in travertino, pochissima ombra, alberi confinati in vasi contenitori che diventano forni durante l’estate. Non-luoghi anonimi, non fruibili e non vissuti, pensati solo per grandi flussi turistici altrettanto anonimi e non per una reale vita di quartiere o fruizione sociale.

Tante piazze, un unico destino

Lo stesso copione si ritrova a Piazza Cavour, Piazza San Giovanni o Piazza Augusto Imperatore, dove il verde secolare è stato sacrificato sull’altare della pseudo-monumentalità. Emblematica, poi, la vicenda dell’albero bioclimatico progettato per Piazza dei Cinquecento: una struttura in laterizio e acciaio dal costo ipotizzato di circa mezzo milione di euro, pensata per simulare artificialmente ciò che un vero albero offre gratuitamente da millenni. Perché mettere alberi veri, quando puoi mettere un albero finto? Nulla di nuovo, per chi vive dell’apparenza dei social.

Il risultato è quello che i romani vedono ogni giorno: alberi relegati in enormi vasi, spesso privi di irrigazione automatica, trasformati in pochi mesi in eleganti monumenti al verde morto. Una scelta scenografica che sembra quasi un omaggio alle nature morte custodite nei nostri musei, ma che sul piano climatico vale ben poco rispetto a una vera alberatura radicata nel terreno.

L’esempio delle altre grandi città

Altrove, nel mondo ma non solo, la direzione è esattamente opposta. Medellín ha costruito trenta corridoi verdi che collegano parchi, fiumi e grandi viali alberati, ottenendo una riduzione della temperatura urbana fino a due gradi, con punte ancora maggiori nelle zone più cementificate. Siviglia integra la forestazione urbana con sistemi di ombreggiamento delle strade. Barcellona elimina progressivamente asfalto e traffico attraverso il progetto delle Superillas, restituendo spazio agli alberi e alle superfici permeabili. Palermo, città certamente poco famosa per il clima mite ma che ha goduto, nei secoli, di amministrazioni ben più sagge e lungimiranti, continua invece a valorizzare grandi assi alberati come via Libertà, via Notarbartolo e le aree dell’Orto Botanico, dimostrando come il verde possa modificare concretamente il microclima anche nel cuore del Mediterraneo.

Roma continua invece a rincorrere un modello urbanistico che appartiene al secolo scorso.

La fotografia di Piazza Risorgimento racconta quindi una verità ben più importante del numero apparso sul display del termometro. Cinquantatré gradi sulla pietra non dimostrano la temperatura dell’aria. Niente panico, quindi. Dimostrano, però, che qualcuno ha deciso di costruire una piazza nella quale il suolo può tranquillamente raggiungerli. Ed è proprio questa la responsabilità politica che meriterebbe di essere discussa e di cui, ci auguriamo, Gualtieri renda conto ai cittadini alla prossima chiamata alle urne.

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