Roma Pride, Luxuria apre la parata anti-governo (video) tra no Gender, pro-Pal e “vaffa” a chi dissente

Quest’anno al Roma Pride sono partiti già accaniti. Nemmeno il tempo di dare il via alla sfilata che l’attacco è servito: «Allora, questo non è un TikTok, è un toc toc a questo governo. Ci vedete quanti siamo? Perché ve ne fregate altamente di noi? Toc toc, toc toc. Questo sembra più trombar*…». Il messaggio social di Vladimir Luxuria dà subito il tono della giornata: meno festa colorata, più pressing politico contro l’esecutivo.
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Il «vaffa» con la bandiera palestinese
Il copione si capisce anche dai primi carri. A piazza della Repubblica arriva Gender X con una bandiera palestinese e un manifesto esplicito di «vaffa» rivolto ai pro vita e a chiunque non sposi la causa “omo” e “lesbo”. L’attivista Indaco, parlando all’Adnkronos, spiega che la bandiera della Palestina serve a sostenere «tutti gli oppressi», perché «in questo momento è in corso un genocidio» a Gaza. Quanto al cartello che invita ad andare “a quel paese”, nessun bisogno di ermeneutica: «Penso sia già abbastanza esplicito», dice. Poi aggiunge che l’aborto è un diritto e che i diritti «sudati» non possono essere tolti.
Il menù, dunque, eccolo qua: un po’ di geopolitica, un insulto qua, un attacco al governo là e la solita pretesa di trasformare ogni disaccordo in colpa morale. Il Roma Pride 2026 sfila sotto lo slogan «La Repubblica è chi la abita», formula ampia, suggestiva, perfetta per non scontentare nessuno. Ma dietro la frase da lista civica c’è un programma politico molto più serrato: famiglia, scuola, minori, maternità, sport femminile, linguaggio, educazione. Qui non si chiede soltanto rispetto. Si chiede di riscrivere il perimetro culturale della società.
La denuncia di Pro Vita & Famiglia
Non a caso Pro Vita & Famiglia ha denunciato il contenuto del manifesto politico del Pride. Il punto non sono i carri, le coreografie o la musica. Il punto è ciò che viene rivendicato nero su bianco. Sulla transizione di genere, ad esempio, il documento sostiene la «piena autodeterminazione» delle persone bambine e adolescenti con varianza di genere e chiede che l’Italia si adegui agli Standard of Care della WPATH, l’Associazione mondiale per la salute transgender. È qui che la questione diventa seria. Davvero si può parlare di piena autodeterminazione quando in gioco ci sono bambini e adolescenti? Davvero la prudenza, davanti a percorsi che possono incidere sul corpo e sul futuro dei minori, deve essere liquidata come oscurantismo?
Domani ci sarà il Roma Pride e il sindaco @gualtierieurope insieme a molti politici sfileranno in prima fila come se fosse una medaglia valore.
Insieme a @jacopocoghe abbiamo letto il manifesto politico del Pride: una dichiarazione di guerra a bambini e famiglie.
Guarda il… pic.twitter.com/dImipt7wbj
— Pro Vita & Famiglia (@ProVitaFamiglia) June 19, 2026
Pro Vita contesta anche il rifiuto della cosiddetta «vigile attesa», cioè l’approccio di chi, prima di arrivare a trattamenti medici, chiede approfondimenti psicologici e cautela. Per il fronte Pride, questa prudenza diventa sospetta. Per una visione conservatrice, invece, è il minimo quando si parla di minori.
Bambini o «persone piccole»?
Ancora più rivelatore è il lessico: nel manifesto si parla di «persone piccole». Non bambini, non figli, non minori. «Persone piccole». Sembra un dettaglio, ma non lo è. La parola bambino porta con sé tutela, responsabilità adulta, protezione. La nuova formula, invece, sembra spostare l’infanzia dentro il vocabolario della scelta cosciente. Insomma, per l’attivismo woke il minore va liberato anche dalla mediazione familiare.
Famiglia, Gpa e scuola
Poi c’è la famiglia. Il manifesto chiede il riconoscimento di ogni forma familiare, l’accesso alla procreazione assistita e l’eliminazione della legge che criminalizza universalmente la gestazione per altri. Anzi, si parla di «Gpa etica e solidale». Formula friendly, quasi rassicurante. Ma la sostanza fa paura: una donna porta avanti una gravidanza per altri, un bambino nasce dentro un accordo, un desiderio diventa pretesa. Chiamarla solidarietà non basta a cancellare il problema morale.
Sul fronte scuola, il Pride chiede anche il ritiro del Ddl sul consenso informato preventivo, il provvedimento legato al ministro Valditara che punta a rafforzare il ruolo dei genitori sulle attività scolastiche in materia di sessualità e affettività. Domanda semplice: se si tratta solo di educare al rispetto, perché temere che le famiglie sappiano prima cosa viene proposto ai figli?
Il comizio mobile del Pride
Il Roma Pride, insomma, non è solo una parata. È un comizio mobile, con musica ad alto volume e slogan chiarissimi. Tutto confezionato nella lingua dei diritti, dell’amore e della libertà. La Repubblica, certo, è di chi la abita. Ma non è proprietà del carro più rumoroso. Appartiene anche ai genitori che chiedono trasparenza, alle donne che rifiutano l’utero in affitto, alle ragazze che vogliono gareggiare nello sport femminile ad armi pari, a chi pensa che i bambini vadano protetti e non arruolati in una battaglia ideologica.
@mirko.jaguaro Ammazza che callo #perte #neiperte #xte #romapride #pride
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