Romeo, “l’alfiere dell’italianità” che fece correre l’Alfa: alla Fondazione An la storia del mito industriale

17 Giugno 2026 - 11:11
0
Romeo, “l’alfiere dell’italianità” che fece correre l’Alfa: alla Fondazione An la storia del mito industriale

L’Alfa Romeo non come reliquia da museo, ma come domanda aperta sul futuro industriale italiano. È questo il filo che ha attraversato, nella sede della Fondazione Alleanza nazionale in via della Scrofa, la presentazione di Romeo e l’Alfa. Storia di un mito italiano”, il libro di Leonardo Giordano edito da Historica Giubilei Regnani e promosso dalla stessa Fondazione insieme al Secolo d’Italia.

L’Italia che seppe costruire un simbolo

Il punto non era solo celebrare un marchio glorioso, ma capire che cosa abbia permesso all’Italia di generare un simbolo capace di unire officina, tecnica, competizione, stile e identità nazionale. Nicola Romeo è stato raccontato come imprenditore, certo, ma soprattutto come figura di visione.

Bene, lo ha spiegato l’autore che ricostruendo la genesi del volume, nata da una ricerca sulle radici familiari di Romeo tra Sant’Antimo e Montalbano Ionico e poi diventata un’indagine sull’Italia industriale del primo Novecento. «Mi interessava capire come un ingegnere meridionale, formato al Politecnico di Napoli e poi specializzato in Belgio, rinunci al posto fisso nelle ferrovie per intraprendere la carriera di imprenditore», ha detto l’autore. Da quella scelta si apre una storia che attraversa la Grande guerra, il biennio rosso, l’avvento del fascismo, la crisi del 1929 e la trasformazione dell’Alfa in grande polo pubblico.

La battuta sul patentino e il nodo della libertà

Antonio Giordano, deputato e vicepresidente della Fondazione An, ha legato la vicenda Romeo a un tema più largo: la libertà di pensare, produrre, rischiare. In apertura ha richiamato con ironia, non a caso, la polemica sul “patentino antifascista” richiesto agli editori in vista della fiera “Più libri più liberi”: «Volevo chiedervi se vi hanno fatto firmare la dichiarazione, perché per partecipare a questo convegno bisogna firmare una dichiarazione di essere anti-Fiat». Poi l’inciso: «Pensare che devi dire che cosa pensi prima che tu possa avere spazio per cominciare a dire cosa pensi è una deriva preoccupante».

La battuta non è rimasta sospesa. È diventata il passaggio verso il nodo più politico del confronto: un Paese che vuole tornare a produrre deve prima smettere di guardare con sospetto chi pensa e costruisce. «Negli Stati Uniti, se un imprenditore fallisce, è uno che ci ha provato. Da noi, quando un imprenditore fallisce, la prima cosa è che è un fallito», ha osservato Giordano. Per poi rovesciare il discorso in positivo: «Chiunque affronti la propria vita è un imprenditore, un imprenditore di se stesso».

Francesco Giubilei, editore del volume e direttore scientifico della Fondazione, ha inserito il libro nel percorso sugli “alfieri dell’italianità”, figure capaci di rappresentare il made in Italy non solo come valore economico, ma come forma culturale. Tornando anche lui sul caso “Più libri più liberi”, ha annunciato una “maratona per la libertà” nello stand della casa editrice: «Non andare alla fiera significa darla vinta a loro», ha detto, rivendicando la presenza degli editori conservatori nei luoghi del confronto culturale.

Automotive, numeri e politica industriale

Sul terreno automotive, l’esperto Danilo Moriero ha riportato la discussione ai numeri. Nel 1986, al momento della cessione dall’Iri alla Fiat, l’Alfa Romeo vendeva 170mila vetture, giudicate allora il segno di una crisi. Nel 2025 le immatricolazioni in Italia sono state oltre 28.000, 73mila nel mondo, con una quota nazionale dell’1,9 per cento. Il punto, ha sintetizzato Moriero, è ciò che oggi manca per onorare davvero quel lascito: «Una politica industriale degna di questo nome».

Valentina Menassi, penna del Giornale, ha riportato il mito Alfa sulla strada e sulle corse. «Alfa Romeo ha vinto ben 11 volte, dal 1927 al 1957», ha ricordato parlando della Mille Miglia. Nella scelta di far gareggiare le vetture, Romeo aveva intuito qualcosa che oggi chiameremmo reputazione del marchio: «Le macchine di Alfa Romeo dovevano gareggiare».

Dalle officine al cinema

L’attore e regista Domenico Fortunato ha portato invece la vicenda sul terreno cinematografico, raccontando il progetto di un film dedicato a Romeo e il legame tra Alfa, Ferrari e cultura del lavoro. «Non smetterò mai di ringraziare Leonardo per questo regalo», ha detto, annunciando che l’autore sarà consulente dell’opera. Dal set di “Ferrari” ha tratto poi un dettaglio rivelatore: «Enzo Ferrari ha imparato tutto questo dal piccolo uomo vulcano Nicola Romeo».

La lezione di Romeo

A chiudere il senso del confronto è stata Gloria Sabatini, giornalista del Secolo, che ha moderato l’incontro e ha collocato il libro nella giusta prospettiva: «Nessun torcicollo né retorica». Perché, ha ricordato, «l’Alfa non fu soltanto un’automobile: divenne linguaggio, stile, simbolo di potenza e ambizione italiana». Ed è qui che la storia dell’uomo si intreccia a quella dell’auto: «In un mercato complesso e competitivo, Romeo dimostrò coraggio, spirito di iniziativa e capacità strategica. Il libro racconta così, in parallelo, la vita del fondatore e la storia della celebre casa automobilistica».

Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An Alfa Romeo libro Fondazione An

L'articolo Romeo, “l’alfiere dell’italianità” che fece correre l’Alfa: alla Fondazione An la storia del mito industriale sembra essere il primo su Secolo d'Italia.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User