Sako Bakari e il razzismo feroce dei social dopo l’omicidio del bracciante: un fenomeno di massa alimentato dalle destre
“Sei mio fratello”. “Vita mia, sempre con te”. Li leggi, questi messaggi, e pensi che siano messaggi di solidarietà, di pietà. Ti rincuorano. E invece guardi bene e ti accorgi, sgomento, che sono messaggi di approvazione per i cinque ragazzi di Taranto che l’altra notte hanno scannato un giovane del Mali, di 35 anni, Bakary Sako, semplicemente perché era nero. Come facevano 150 anni fa i razzisti del Ku Klux Klan in Alabama. I social sono pieni di questi messaggi. Non solidarietà alla famiglia di Bakary, o alla comunità maliana. ma agli autori del pestaggio e dell’omicidio.
Vedete: è inutile credere che in Italia il razzismo, anche il razzismo più feroce, sia solo un fatto marginale, che riguarda una minoranza. È un fenomeno di massa. Che travolge anche i giovani. E che è alimentato da partiti politici e da sistemi di informazione che da molti anni hanno criminalizzato gli immigrati e in modo particolare gli africani. Sdoganando ogni forma, anche la più atroce, di xenofobia. Se non cambiano le cose, e se non si ferma la macchina della propaganda, soprattutto dei partiti di destra, fondata sulla caccia all’immigrato, sui decreti anti profughi, sul divieto dei soccorsi in mare, sui Cpr e sulle deportazioni in Albania, se non si ferma questa valanga, il razzismo continuerà a dilagare.
Bakary l’altra notte stava andando alla stazione di Taranto per salire su un pullman che lo avrebbe portato ai campi, a Massafra, dove lavorava come bracciante. Cinque giovani lo hanno circondato e picchiato. Lui è scappato, si è rifugiato in un bar. Il barista lo ha ricacciato in strada, e lì Bakary è stato colpito a morte da tre coltellate. Il problema non è punire i cinque ragazzi o il barista. Il problema è sospendere le campagne politiche xenofobe.
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