Satoshi Kondo: intervista al direttore creativo di Issey Miyake
Place des Vosges numero 5. È a quest’indirizzo – in uno dei magnifici edifici in laterizio e ardesia che abbracciano il giardino Luigi XIII – che si apre la via d’accesso al quartier generale parigino di Issey Miyake. Pareti imbiancate di fresco, soppalchi e scale a chiocciola dal corrimano di ferro, un luogo a metà strada tra un loft postindustriale e un open space newyorkese: è qui che brulicano i preparativi della prossima sfilata. Ed è sempre qui che incontro Satoshi Kondo, direttore creativo dalla proverbiale riservatezza e, scoprirò di lì a poco, squisita gentilezza.
Nato a Kyoto nel 1984, una laurea all’Ueda College of Fashion di Osaka, inizia subito a lavorare nella Issey Miyake fino a diventarne direttore creativo nel 2019. Da sempre un brand dall’eco poetica e dalle radici pratiche, continua ancora oggi, attraverso i progetti di Kondo, il suo dialogo tra il corpo e la cinetica dell’abbigliamento, iniziato già dal suo mitologico fondatore negli Anni 70.
Quando ha realizzato che l’arte era una delle sue passioni?
Non so se si possa parlare d’arte, ma sicuramente sin da piccolo ero attratto dalla creatività che passa attraverso la manualità. Quando ero bambino, per esempio, mi sono appassionato all’artigianato del legno e ho cominciato a realizzare manufatti. Ricordo un portamatite e un salvadanaio a forma di maialino (ride, ndr).

Satoshi Kondo disegna Issey Miyake dal 2019.
Da adulto, qual è stata la prima mostra che ha visto o quella di maggior impatto?
Indimenticabile per me è stato un viaggio in Europa post-diploma durante il quale, passando da Nizza, mi sono imbattuto in una mostra di Yves Klein. Rimasi colpito da un video della performance Le Antropometrie, dove l’artista francese tingeva corpi di donne che – appoggiandosi sulla tela – diventavano pennelli viventi. Mentre le modelle “dipingevano”, dei musicisti suonavano in sottofondo. Mi sono subito sentito in profonda sintonia con la modalità con la quale lui prendeva spunto dalla fisicità, e ho rivisitato le sue opere più volte. Anche a Milano ho recentemente visto esposizioni molto interessanti.

Un look P/E 26 di Issey Miyake.
Per esempio?
In assoluto, la Pietà Rondanini di Michelangelo che ho ammirato al Castello Sforzesco, bellissima. L’anno scorso, invece, sono stato al Pirelli HangarBicocca per l’esibizione Entanglements di Yuko Mohri, un’artista interessata alla natura trasformativa degli oggetti del quotidiano organici e non, che lei usa per creare cambiamenti visivi ma anche sonori.
Che cosa la colpisce di un artista contemporaneo?
Direi che l’elemento principale, quello che mi piace di più in generale, è arrivare a comprendere il modo in cui l’artista interpreta la realtà intorno a lui attraverso l’osservazione delle sue opere da vicino. Mi attrae pensare fuori dagli schemi, immergermi in prospettive inedite, perché spalanca dinanzi a me nuovi orizzonti da esplorare. Non disdegno il farmi solo coinvolgere dalla bellezza tout court, per il piacere di godere di ciò che sto osservando così, semplicemente.

Il compositore Tarek Atoui durante la sfilata P/E 26 di Issey Miyake. A destra. Alcuni look della collezione.
Come nascono le sue collaborazioni, quando immagina una collezione?
Dipende. Per l’A/I 2025-26 mi sono ispirato al lavoro dell’austriaco Erwin Wurm, perché mi affascinava approfondire il concetto di abiti che avessero una coscienza propria, un’autonomia. Volevo indagare lo spazio liminale tra corpo e capo d’abbigliamento, la soglia sottile tra pelle e tessuto. Per comunicare con il mio team, gli ho mostrato le opere di Wurm, ma abbiamo anche sperimentato insieme in prima persona la manipolazione della materia e siamo arrivati a comprendere che qualunque cosa può diventare abbigliamento se le vengono aggiunte maniche o gambe (ride, ndr).

La scultura Skin della serie Substitutes 2026 di Wurm.
Anche la sperimentazione musicale ha un peso?
Ha un’importanza fondamentale. Nel mio processo creativo scelgo i brani da ascoltare in modo che ci sia una potente connessione tra il mio lavoro e la melodia. Devo dire che spesso mi è capitato di chiedere al professionista, che con la sua musica ha contribuito a far nascere la collezione, di suonare allo show. Se per l’A/I 2025-26 ho ascoltato Debussy, per la P/E 2026 è stata la volta del libanese contemporaneo Tarek Atoui, che poi ha performato in passerella.
Il momento più complesso e interessante di quando crea?
Quello che preferisco è l’inizio, quando arriva l’idea, il tema da indagare. Interessante è trovare il modo di inquadrarlo, per poter costruire gli abiti attorno a esso, sviluppare piano piano ogni aspetto, ogni sfumatura, trovare spunti per esplorare e fare ulteriori approfondimenti. Questa fase in particolare è molto importante, perché maggiore saranno l’ispirazione e le scoperte fatte, più ricco e coerente sarà il risultato finale, ovvero la collezione vera e propria.

L’artista Erwin Wurm, davanti a una sua opera.
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