Sembrava la finale di Champions League del 2025, ma questa volta l'Inter era il PSG di turno: il distacco da Napoli, Juventus, Milan e Roma appare enorme
L'analisi di Sandro Sabatini sulla finale di Coppa Italia vinta dall'Inter.
Dopo mezz’ora del primo tempo sembrava un’altra finale, di un’altra coppa, di un altro anno. Sì, avete capito bene, in avvio somigliava alla finale di Champions di dodici mesi fa. Con la differenza che l’Inter faceva il Psg e la Lazio pareva l’Inter.
Poi la squadra di Chivu si è fermata e si è specchiata nella propria bellezza. Nel secondo tempo ha gestito la vittoria senza cedere alla tentazione di trasformarla in umiliazione per gli uomini guidati da Sarri. Così si è arrivati alla festa al 90°, con Chivu in trionfo per l’accoppiata Scudetto-Coppa Italia.
DIVARIO ENORME DALLE RIVALI
Trofei con la maiuscola, come il percorso dell’allenatore rivelazione dell’anno. Complimenti e buon lavoro per l’anno prossimo, con una rosa ampia e motivata per migliorarsi ancora, magari a livello internazionale. In Italia, il divario dipenderà dal mercato. Ma ci vorranno investimenti precisi e pesanti per Napoli, Juventus, Milan e Roma (e Como?) per accorciare una distanza che sembra enorme, rispetto a questa Inter da raccontare nel collettivo e anche nel dettaglio dei singoli protagonisti. Eccoli.
BUONA PRESTAZIONE DIFENSIVA
Il Martinez portiere sporca i guanti solo alla fine, con una parata su Dia, ed è tutto dire. Nel trio difensivo piace Bisseck per la maturità esibita dopo il giallo prematuro ma giusto in avvio. Akanji si conferma il solito professore: preso allo sprint del mercato estivo, assolutamente sottostimato per importanza e rendimento. Sotto pressione come sempre e non brillante come negli ultimi tempi, Bastoni se l’è cavata su Isaksen, malgrado anche lui un’ammonizione da gestire.
IL CENTROCAMPO HA FATTO IL SUO
A Dumfries va il merito del 2-0, nato da un pallone pasticciato da Nuno Tavares e depositato in rete dal Martinez attaccante. Barella è tornato all’altezza dei compiti, della situazione e dell’importanza di una finale. Meno visibili, ma ugualmente utili sia Zielinski (altro top player riscoperto con un anno di ritardo) che Sucic, il talentino mai banale che ha determinato questa Coppa Italia autografando la semifinale sul Como. A sinistra Dimarco ha fatto il suo, nel senso che ormai anche una buona prestazione viene considerata abituale.
LA THU-LA DEI VECCHI TEMPI
In avanti la Thu-La dei vecchi tempi. Il francese ha fatto l’assist per il primo goal, che va in archivio come (goffo) autogoal di Marusic. L’argentino ha timbrato con un goal facile una prestazione difficile, in costante duello con Gila. Poi Lautaro è uscito a un quarto d’ora dalla fine, accompagnato dal numero dei gol in maglia nerazzurra: 175, un’enormità, inferiore solo a Giuseppe Meazza e Spillo Altobelli. Cioè la leggenda e la storia. Poco prima erano entrati anche Mkhitaryan, Luis Henrique e Carlos Augusto, tutti più che sufficienti seppure in un secondo tempo di pura gestione del risultato in preparazione della festa.
STAGIONE MIGLIORE DELLA SCORSA
La festa è arrivata dopo il 90°, al traguardo di una stagione enorme per espressione di gioco, giocatori e soprattutto risultati. In Champions avrebbe potuto e dovuto fare qualche turno in più. Ma non è carino ricordarlo in una serata di festa e orgoglio interista. Basta e avanza specificare che quest’annata è stata nettamente migliore di quella passata. E non occorre spiegare perché: si guardi semplicemente la bacheca.
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