Seveso 50 anni dopo, il dramma e la resilienza

09 Luglio 2026 - 15:17
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Seveso 50 anni dopo, il dramma e la resilienza
Gli avvisi di divieto affissi nelle aree contaminateGli avvisi di divieto affissi nelle aree contaminate

Li ho sempre definiti “i giorni del silenzio” perché, se è universalmente noto che il disastro di Seveso avvenne il 10 luglio 1976, solo una settimana dopo la notizia apparve sui giornali, il Corriere della sera – di cui ero il corrispondente per la Brianza – e il Giorno. E fu solo il 20 luglio che ufficialmente il termine “diossina” entrò nelle cronache di giornali, radio e tv.

L’incidente che diede origine al primo e più famoso disastro ambientale non solo a livello nazionale – e che sarà ricordato venerdì 10 luglio, nel giorno esatto, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella proprio a Seveso a cinquant’anni di distanza – ha accompagnato la mia esperienza professionale in modo quotidiano per almeno sei anni e successivamente in tutte le ricorrenze sino a oggi. Anche perché ero residente nel confinante Comune di Seregno e fui prima collaboratore e poi direttore responsabile per un ventennio dello storico bisettimanale locale il Cittadino.

Le domande e la paura della gente

La mattina di sabato 17 luglio, quando con altri due colleghi, oggi scomparsi, arrivammo a Seveso nella zona immediatamente a ridosso dell’Icmesa – l’azienda chimica situata a Meda, sul confine tra i due Comuni, da cui era fuoruscita la nube tossica esattamente alle 12.37 di una settimana prima -, trovammo persone preoccupate e disorientate, che cercavano e chiedevano di capire cosa era successo e soprattutto perché i bambini mostravano irritazioni (identificate come cloracne), in molti casi tali da richiedere il ricovero in ospedale. Indimenticabili sono i volti fasciati, perché sfigurati, che ebbi modo di vedere anche dopo mesi, delle sorelline Alice e Stefania Senno, rispettivamente 4 e 2 anni, poi trasferitesi con la famiglia in quel Veneto di cui erano originarie. Nondimeno la morìa degli animali da cortile e da affezione e l’evidente inquinamento di piante e ortaggi segnalavano che qualcosa di grave era successo.

Cos’era successo

In Comune il sindaco Francesco Rocca cercava a sua volta di avere informazioni più precise dai dirigenti della fabbrica, di proprietà della Givaudan, società svizzera che faceva capo alla multinazionale Hoffman-La Roche: lì già sapevano che la reazione incontrollata della produzione di triclorofenolo, un diserbante molto usato anche per scopi militari, aveva provocato la rottura del disco di sicurezza del reattore del reparto B, con fuoriuscita di diossina, dai 13 ai 18 chili, inquinando in misura decrescente non solo Seveso, ma anche Cesano Maderno, Desio e altri Comuni della bassa Brianza.

Il dramma dell’evacuazione e il caso-aborto

Quando poi da Zurigo arrivò l’ammissione che si trattava di diossina e che era necessario evacuare la popolazione, almeno dalle zone più colpite, il dramma per gli abitanti di Seveso diventò acuto e doloroso. Le immagini dello sgombero di oltre 700 persone tra il 26 luglio e il 2 agosto sono forse quelle che mi sono rimaste più vive nella memoria: famiglie intere, padri, madri, figli, nonni costretti a lasciare le loro case e le loro cose per essere trasferite in anonimi residence e motel a Bruzzano ed Assago.

Sui loro volti, tra le lacrime, si leggeva l’angoscia per un futuro ignoto: non sapevano se e quando sarebbero potute tornare (cosa che avvenne solo un anno e mezzo dopo, ma non per 41 famiglie, le cui abitazioni vennero demolite e ricostruite altrove). E c’erano preoccupazioni e timori per il lavoro e ancor più per la salute: non a caso i paventati effetti sulle donne in attesa di un figlio accesero un infuocato dibattito, a livello locale e nazionale, sul tema dell’aborto, soprattutto in ambito politico. Non a caso si ritenne che la vicenda di Seveso abbia di fatto accelerato l’approvazione della legge sull’aborto nel 1978. Peraltro le analisi sui feti abortiti, 45 tra il 1976 e il 1977, non riscontrarono le temute malformazioni genetiche o strutturali. A battersi contro la deriva abortista fu l’Arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Colombo, che per sostenere la popolazione colpita si recò a Seveso ai primi di agosto per celebrare una Messa a cui parteciparono centinaia di persone.

Attività al Bosco delle Querce

Il “memoriale” e fratel Ettore

Il Bosco delle Querce – dove avverrà l’incontro con Mattarella – rappresenta di fatto il “memoriale” della vicenda di Seveso e insieme il simbolo della rinascita della cittadina, ma ancor più della resilienza dei suoi abitanti. L’area verde è stata infatti realizzata al posto di un forno inizialmente prospettato dalla Regione Lombardia per eliminare tutti i materiali inquinati dalla diossina, contro il quale gli abitanti di Seveso si opposero tenacemente.

Mi piace infine ricordare come all’interno di una delle zone più inquinate dalla diossina, in viale Isonzo (teatro di infuocate proteste nei momenti più acuti della vicenda), nel 1983 fratel Ettore Boschini – di cui è in corso la causa di beatificazione – ha gettato le fondamenta di Casa Betania delle beatitudini, una struttura che accoglie poveri, emarginati e senzatetto, e dove dal 2004 è sepolto il camilliano fondatore. Il primo sostenitore di quest’opera fu Francesco Rocca, il sindaco della diossina.

 

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