Taybeh stretto nella morsa dei coloni israeliani
Il parroco di Taybeh con l'Arcivescovo durante il pellegrinaggio dei Vescovi lombardi in Terra Santa
Il parroco di Taybeh con l'Arcivescovo durante il pellegrinaggio dei Vescovi lombardi in Terra SantaSono le immagini della guerra – i morti, i feriti, le macerie – a catalizzare l’attenzione internazionale sul Medio Oriente. Comprensibilmente. Ma c’è un fenomeno più silenzioso, meno percepito nella sua pericolosità, che rischia di essere altrettanto decisivo per il futuro della regione: l’espansione sistematica dei coloni israeliani in Cisgiordania. Non fa notizia quanto un bombardamento, eppure lavora giorno dopo giorno per rendere impossibile qualsiasi prospettiva di convivenza futura. Occupa terre, taglia risorse idriche, svuota villaggi della loro popolazione.
Il parroco di Taybeh lo aveva raccontato ai Vescovi lombardi recatisi in Terra Santa nell’ottobre scorso. I presuli avevano anche potuto vedere di persona qualche ferita cui quelle parole rimandavano.
L’ultimo villaggio cristiano
Taybeh è l’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, il cui assedio si consuma lontano dai riflettori. I quasi 1.200 abitanti vivono da mesi sotto pressione crescente.
Padre Bashar Fawadleh, parroco della parrocchia di Cristo Redentore, è tornato in questi giorni a dare l’allarme segnalando un nuovo episodio: l’avvio della costruzione di un nuovo avamposto illegale su Jabal Al-Massis, area montuosa appartenente al villaggio. Lo sviluppo segue mesi di attacchi sempre più intensi, tra cui incendi dolosi, intimidazioni armate, aggressioni agli agricoltori e ostacoli all’accesso ai terreni.
Un appello che si ripete
Padre Fawadleh ha chiesto con urgenza a diplomatici, ambasciatori, Nazioni Unite e Chiese di tutto il mondo di intervenire. Nelle sue parole – rilanciate per lo più dai soli canali ecclesiastici – traspare frustrazione: per mesi la comunità ha condiviso rapporti, fotografie e testimonianze con delegazioni internazionali, eppure gli atti continuano, al punto che la popolazione ha iniziato a chiedersi se il diritto internazionale abbia ancora un valore.
Un rapporto di giugno 2026 descriveva una situazione in costante escalation, con la creazione di un nuovo avamposto nell’area della rotonda di Caramelo, il trasferimento di bestiame e il taglio della principale fonte idrica del villaggio. Pochi giorni dopo, un nuovo attacco: giovani aggrediti mentre spegnevano un incendio doloso, veicoli danneggiati, beni rubati e colpi d’arma da fuoco esplosi in tre occasioni. Anche la Pasqua era stata segnata dalla paura, con processioni ridimensionate e un episodio in cui circa 30 coloni avevano occupato una cava issando la bandiera israeliana e recitando preghiere talmudiche. Per il parroco questi sono gesti simbolici usati come primo passo per stabilire una presenza territoriale.
Non dimenticate Taybeh
Al di là dei rapporti tecnici, le parole del sacerdote assumono un tono accorato: «Vi chiedo di non dimenticare Taybeh. Parlate di noi. Pregate per noi. Se Taybeh perderà la sua gente, il mondo non perderà soltanto un villaggio, ma una comunità cristiana viva».
Nonostante tutto, la comunità non si arrende: attraverso il Patriarcato latino sono attive una scuola, una casa per anziani, un centro medico della Caritas e progetti per trattenere i giovani sul territorio. Proprio in questi giorni si svolge il campo estivo per 161 bambini, organizzato insieme dalle tre comunità cristiane del villaggio.
A chi voglia comprendere la realtà di Taybeh, padre Bashar rivolge un invito diretto: «Venite, vedete, restate con noi. Ascoltate la nostra storia, guardate la nostra realtà e raccontate la verità».
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