Sonos torna a fare quello che sa fare meglio: la nostra recensione di Sonos Play

Le dimensioni di Sonos Play sono 192,3 x 112,5 x 76,7 mm per 1,3 kg di peso, una taglia intermedia non solo per la line-up Sonos, ma anche in generale nel mondo degli speaker portatili: non è il più piccolo mai visto, ma nemmeno il più grande. Disponibile in nero e bianco, con un laccetto rimovibile (in tinta nel nero, verde spento sul bianco: lo stesso colore che c'è sulla base dello speaker) pensato per portarlo a mano o agganciarlo a uno zaino.
La qualità dei materiali e la sensazione costruttiva al tatto sono quelle di altri prodotti Sonos, nel senso migliore del : più rigida la griglia che ricopre gli speaker, più gommatino il resto, dai pulsanti superiori, ai tasti presenti sul retro, fino alla base stessa. Essendo un speaker mobile, col passare del tempo qualche pensiero su queste ultime parti ce l'abbiamo, soprattutto con la colorazione bianca, ma è impossibile verificarne la tenuta nel tempo di una recensione.
Non stupisce quindi troppo che Sonos dichiari Play "resistente alle cadute", perché non è un blocco granitico (ma non chiedeteci di lanciarlo per terra per vedere cosa succede). Ancora più importante è la certificazione IP67: protezione totale da polvere e immersione fino a un metro d'acqua per 30 minuti. Non lo porteremmo dentro una piscina, ma possiamo essere abbastanza sicuri da tenerlo a margine della stessa. È lo stesso livello di protezione del piccolo Roam 2, ma applicato a uno speaker più potente e con un'autonomia doppia.
Un dettaglio da sottolineare per la sostenibilità: il rivestimento è realizzato in plastica bio-based rinnovabile, una prima assoluta per Sonos. La batteria sostituibile, invece, non è un'esclusiva di Play: il Move e il Move 2 la offrono già da anni, ed è ormai uno standard nella gamma portatile del brand piuttosto che una novità; basta acquistare il kit per la sostituzione della batteria (49€ nel caso del Play) e passa la paura, anziché buttare tutto nel caso la batteria non duri più.
L'architettura acustica di Sonos Play è più complessa di quanto le sue dimensioni lascerebbero intendere. Abbiamo infatti 3 amplificatori digitali Classe H, 2 tweeter angolati per la separazione stereo e 1 midwoofer per voci e bassi.
La sigla "Classe H" indica il tipo di amplificazione usata: senza scendere troppo nel tecnico, si tratta di un sistema che regola dinamicamente la tensione fornita ai componenti in base al volume richiesto in quel momento, invece di erogarne sempre il massimo come fanno gli amplificatori più semplici. Il vantaggio tipico di questo approccio è una resa del suono più lineare e con meno distorsione, specialmente sulle frequenze alte, oltre a un minor spreco di energia che si traduce in più autonomia dalla stessa batteria. Il motivo per cui non lo troviamo ovunque è che richiede un'alimentazione interna più complessa da progettare, quindi più costosa e più pesante da realizzare.
La maggior parte degli speaker portatili in commercio preferisce perciò la più diffusa Classe D, che rinuncia a un po' di quella linearità ma raggiunge comunque un'efficienza altissima con un sistema molto più semplice ed economico da produrre. Sonos sceglie comunque la Classe H per Play, probabilmente per dare priorità alla qualità audio complessiva rispetto al solo risparmio sui costi di produzione (che del resto è da sempre la filosofia dell'azienda).
Trattandosi di uno speaker portatile, destinato quindi a suonare in ambienti molto diversi, è importante anche la tecnologia Trueplay automatico, già apprezzata sulle serie Roam e Move, che sostituisce del tutto la taratura manuale via telefono richiesta sulle soundbar della gamma. Qui non serve agitare l'iPhone in giro per la stanza, perché è lo speaker stesso a occuparsene. Un accelerometro integrato rileva quando viene spostato fisicamente, e a quel punto i microfoni ascoltano come il suono rimbalza nel nuovo ambiente per ricalibrare bassi e alti di conseguenza, senza mai richiedere un'azione manuale da parte nostra. E se non volessimo, possiamo sempre disabilitare questa opzione nelle impostazioni dell'app.
A questo proposito, sempre via app è disponibile anche un equalizzatore manuale per bassi, acuti e loudness, per chi preferisce intervenire di persona invece di affidarsi solo all'automatismo, ma è come sempre una cosa estremamente semplice, come da tradizione Sonos, che non ha mai permesso regolazioni troppo fini sulla resa audio.
Detto ciò, la qualità raggiunta dal Play è niente meno che sorprendente. L'ampiezza sonora, considerando anche le sue dimensioni, è di assoluto livello e il palcoscenico percepito nei vari generi musicali rivaleggia con quello degli speaker Sonos più grandi. In un certo senso il Play è un concorrente sia del Move 2 che di Era 100, ma senza raggiungere la spazialità di Era 300. È il classico modello che tieni fisso in salotto nella sua base, e quando ne hai bisogno afferri il suo laccetto e lo porti a giro, e lui sarà comunque perfettamente a suo agio in ogni situazione.
La resa stereo, va detto, è ottima (per un singolo speaker) soprattutto in ascolto frontale: è lì che il posizionamento dei due tweeter angolati si sente davvero, con una separazione dei canali sorprendente per un corpo così piccolo. Di lato, e ancora di più da dietro, quella stessa ampiezza si perde (come è anche strutturalmente logico).
Nell'uso quotidiano non abbiamo mai notato distorsioni percepibili, ma spingendo ad alti volumi, diciamo oltre l'80%, in alcuni brani gli alti e le voci possono iniziare a perdere un po' di definizione.
Una nota finale sulla modalità loudness attiva di default nell'equalizzatore: si tratta di un'impostazione che rinforza bassi e acuti rispetto alle frequenze centrali, utile perché il nostro orecchio tende a percepirli meno quando il volume non è altissimo. Il risultato è un suono più pieno e corposo durante il classico ascolto in appartamento (per capirsi), a scapito di una resa leggermente meno neutra rispetto a quella naturale dello speaker, ma è un compromesso che riteniamo valga la pena accettare per l'ascolto di tutti i giorni. In ogni caso, la disattivazione è questione di un clic nell'app.
L'autonomia dichiarata è di 24 ore, grazie a una batteria da 35Wh, un valore che eguaglia il ben più ingombrante Move 2. La base di ricarica è inclusa in confezione, ma c'è un punto che vale la pena chiarire subito: l'alimentatore USB-C non è incluso. Serve un caricatore USB-C PD da almeno 18W (minimo accettabile), mentre per la ricarica completa in circa 3 ore Sonos consiglia un modello da 45W. Con un alimentatore da 18W, chiaramente, la ricarica è molto più lenta.
L'assenza di alimentatore nelle confezioni dei prodotti tech è ormai più un dato di fatto che una cosa della quale stupirsi. L'unica aggravante, in questo caso, è che servirebbe proprio un caricabatterie dedicato per tenere sempre alimentata la base, piuttosto che "fare la spola" con quello del proprio smartphone in caso di bisogno. Diciamo che è una eventuale spesa in più da mettere in conto.
In alternativa alla base, comunque, lo speaker può caricarsi anche direttamente tramite la porta USB-C sul retro: i tempi sono gli stessi indicati sopra, a seconda della potenza dell'alimentatore scelto. La base è insomma quasi più un fatto di comodità che di necessità: è più semplice sollevare al volo Sonos Play al bisogno piuttosto che dover staccare un cavo, ma per chi pensi di usarlo per lo più come speaker fisso la differenza è quasi inesistente.
Detto questo, l'autonomia reale difficilmente raggiungerà le 24 ore, perché entrano in gioco molti fattori, tra i quali volume, connessione utilizzata e spostamenti, che li influenzano. Una stima più realistica si assesta intorno alle 18-20 ore, che è comunque un ottimo valore per uno speaker portatile di queste dimensioni, e assicura di non rimanere a secco durante un weekend fuori porta. E con un uso più "statico", a volumi non elevati, le 24 ore previste non sono un miraggio lontano.
Connesso al Wi-Fi 6 (o precedente) di casa, Sonos Play si comporta come qualsiasi altro speaker del sistema: può entrare in un gruppo multiroom, formare una coppia stereo con un secondo Play, o suonare in sincronia con il resto del sistema. È l'esperienza Sonos classica, invariata rispetto agli altri modelli della gamma.
Quando usciamo di casa, lo switch al Bluetooth 5.3 è immediato tramite il tasto dedicato sul retro. La novità più interessante qui è il raggruppamento Bluetooth diretto: basta collegare Play al telefono e tenere premuto Play/Pausa su un massimo di altri tre speaker (Play o Move 2) per sincronizzarli all'istante, senza passare dal Wi-Fi. Prima serviva necessariamente una rete condivisa per ottenere lo stesso risultato.
Proprio la migrazione della rete Wi-Fi rimane uno dei punti "un po' dolorosi" dell'esperienza. Nel caso vi spostate su una nuova rete, dovrete ogni volta aggiornare dall'app le impostazioni Wi-Fi di tutto il sistema di cui fa parte Sonos Play, che magari comprende altri speaker Sonos che usate a casa, un processo che richiede vari passaggi, non è immediato e non è privo di possibili malfunzionamenti. Nel caso di uno speaker fisso è un male minore, nel caso di uno mobile, che vorremmo agganciare rapidamente a qualsiasi rete Wi-Fi sia a nostra disposizione, è un altro discorso.
Il motivo per cui insistiamo tanto sulla connessione Wi-Fi, quando possibile, è perché sul fronte codec Bluetooth non ci sono buone notizie. Sonos Play supporta infatti solo SBC e AAC. SBC è il codec base che ogni dispositivo Bluetooth è obbligato a supportare, quello con la qualità più bassa ma la compatibilità universale; AAC è la scelta preferita di Apple, con un piccolo passo avanti in qualità, soprattutto se ascoltate da iPhone.
Detto questo, manca tutto il resto, in particolare aptX HD e LDAC, due codec pensati per trasmettere via Bluetooth file in alta risoluzione senza comprimerli quanto fanno SBC e AAC. La differenza si sente soprattutto se siete abbonati a servizi Hi-Res, avete file audio di un certo livello sul telefono, o se avete uno smartphone Android, dove di fatto non ci sono soluzioni di alta qualità supportate dal Play.
A voler essere pignoli manca anche Auracast, la tecnologia più recente che permette di trasmettere lo stesso audio in broadcast a più dispositivi contemporaneamente, ma abbiamo detto che a quello Sonos ha già in parte rimediato col raggruppamento Bluetooth diretto.
Chiariamo che quella dei codec Bluetooth non è una scelta specifica di questo modello, ma una caratteristica trasversale a tutta la gamma Sonos. Per la stragrande maggioranza degli ascolti in streaming, dove comunque il file di partenza è già compresso, la differenza udibile resta minima; diventa un limite reale solo in certi contesti o per gli orecchi più allenati ed esigenti (ma ciò non esime Sonos da una implementazione più ampia in futuro).
La qualità audio migliore passa quindi dal Wi-Fi, non dal Bluetooth, inclusi servizi quali AirPlay 2, Spotify Connect e gli assistenti vocali (solo Alexa e Sonos Voice), gestibili tutti dall'app Sonos; per fortuna senza troppe complicazioni.
A 349 euro, Sonos Play si posiziona esattamente a metà tra il Roam 2 (199€) e il Move 2 (499€), lo spazio che effettivamente mancava nel catalogo portatile del brand: da questo punto di vista Sonos è perfettamente bilanciata.
Rispetto al Roam 2, il salto di prezzo porta con sé il doppio abbondante dell'autonomia e un corpo sonoro decisamente più pieno; Rispetto al Move 2, risparmiate 150 euro senza troppe rinunce sul fronte della qualità audio per la maggior parte degli utenti, tanto che per molti versi il Play lo cannibalizza.
Il vero nodo, però, è il confronto non solo con gli altri Sonos, ma con la miriade di speaker Bluetooth di marchi generalisti che, a parità di cifra o anche meno, offrono più potenza bruta e più effetti pensati per "l'uso da festa". Chi cerca solo un volume alto e magari qualche effetto scenico, troverà senz'altro alternative più economiche.
Qui si paga anche l'integrazione in un sistema multiroom esistente, oppure proprio il prezzo di ingresso per iniziare a costruirne uno "serio", perché come abbiamo già detto il Play si comporta benissimo come speaker fisso di casa, che diventa mobile al bisogno. Ma soprattutto va ripetuta una cosa importante, che da una recensione scritta non potrà mai trasparire abbastanza: se avete la possibilità, sentite come suona Sonos Play e lo comprerete al volo.
Se invece, ascoltandolo, non percepite nulla che giustifichi la differenza rispetto a uno speaker Bluetooth qualsiasi, il problema non è il prezzo: è che quella differenza, semplicemente, non è la vostra priorità. E va benissimo così, ma a maggior ragione risparmiate senza pensarci due volte.
Il sample per questa recensione è stato fornito da Sonos, che non ha avuto un'anteprima di questo contenuto e non ha fornito alcun tipo di compenso monetario. Qui trovate maggiori informazioni su come testiamo e recensiamo dispositivi su SmartWorld.
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