Stage nei lager, così il governo Meloni prova a normalizzare la detenzione amministrativa nei Cpr
Ci mancava solo lo stage in un lager con tanto di patrocinio dell’università. Sarà l’imminenza dell’entrata in vigore del Patto Ue Migrazione e Asilo – che dal prossimo giugno sdoganerà la detenzione amministrativa come modello di gestione dei flussi migratori, seppellendo per sempre l’utopia del modello accoglienza – ma in questi giorni fioccano notizie che sembrano assecondare una pericolosa tendenza alla normalizzazione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, i luoghi nei quali si esprimono ai loro massimi la violenza di Stato e il razzismo istituzionale: rinchiudere, annichilire, deportare; il tutto, di fatto, su base etnica. È a dir poco allarmante, quale conferma della direzione come sopra intrapresa, la notizia recentemente riportata da Altreconomia di un possibile connubio tra Medihospes, che intascherà 133 mln di euro dalla gestione dei centri in Albania, e l’università di Scutari, per l’inserimento di studenti all’interno dei centri di detenzione, per cogliere “l’opportunità di sviluppare la propria esperienza professionale all’interno delle strutture, contribuendo al contempo a quella che viene definita “una buona causa sociale”.
Ma lascia sgomenti la scoperta che altrettanto stia avvenendo non per iniziativa di un gestore di uno dei nostri lager nostrani, ma del Consiglio Regionale del Lazio, il quale con determinazione del 13 febbraio 2026 ha promosso un accordo tra il Garante dei detenuti della Regione Lazio e l’Università degli Studi Roma Tre – Dipartimento di Giurisprudenza, ai fini dell’attivazione di uno sportello presso il CPR di Ponte Galeria a Roma che prevede un compenso di 30.000 euro per dodici mesi nel corso dei quali i giovani dovrebbero essere adibiti a uno sportello finalizzato a fornire informazioni ai detenuti e trasmettere segnalazioni di criticità al Garante stesso. Insomma, pura sussidiarietà, a carico di studenti e studentesse, volta a sopperire non solo alle carenze degli uffici del Garante, che ricordiamo, per legge è tenuto a raccogliere reclami scritti e orali dei detenuti; ma anche a quelle del gestore del CPR Ekene, che a Roma (come a Gradisca, Milano, e già a Macomer), è profumatamente pagato anche per fornire servizi di informazione legale, mentre sul punto risulta scandalosamente manchevole. D’altronde, l’imprenditore fa profitto tagliando i costi. E quella dell’informatore legale è la prima figura che salta.
Purtroppo però non è tutto. Perché proprio nella stessa scia si inseriscono le convenzioni, pure reperite sul web, tra Prefettura di Roma e alcuni elementi del mondo associativo del terzo settore (Centro Astalli, Comunità di S. Egidio, A Buon Diritto e Slaves No More) autorizzate a collaborare con il Cpr di Ponte Galeria in attività di orientamento al rimpatrio (sic!) dei detenuti, di assistenza medica psichiatrica (sic! chi ha problemi del genere non è idoneo al trattenimento!) e di mediazione culturale; con tanto però di rigoroso vincolo (art. 4) a “non assumere la rappresentanza in giudizio, e a non svolgere alcuna prestazione a titolo oneroso in favore degli stranieri con cui entreranno in contatto in forza della presente convenzione.” Ebbene, al di là di ogni altra considerazione, è evidente come, assecondando queste spinte di normalizzazione, anche in totale buona fede, si imbocchi la direzione diametralmente opposta rispetto al rifiuto della detenzione amministrativa e alla istanza di una sua definitiva abolizione. Perché ogni forma di collaborazione significa sdoganamento e accettazione tacita, anche solo per la sottesa funzione idealmente tranquillizzante di presenze positive, e quindi in un certo senso garanti di quei centri. Laddove è inevitabile l’assunzione del ruolo di ingranaggio del meccanismo infernale, attesi gli insussistenti margini di intervento. Tanto più che l’odiosità dei CPR sta nella loro intrinseca strutturalità di violenza, nella loro funzione primaria di teatro della tortura di Stato, nella aberrazione giuridica della stessa privazione della libertà personale per l’assenza di un permesso che la legge non consente di acquisire. E non nella carenza di questo o quel servizio.
In questi giorni, l’ennesimo ddl “immigrazione” già incardinato in Senato si appresta ad imprimere la più pesante stretta repressiva degli ultimi anni: da un lato, dando attuazione al Patto UE con l’introduzione del dilagare e il moltiplicarsi della detenzione amministrativa anche di donne minori e, dall’altro, privando i detenuti anche degli smartphone (l’ultimo collegamento con l’esterno per la trasmissione di immagini e video), oltre che limitando i poteri di ispezione di parlamentari e consiglieri. E decidere ora di contribuire in qualche modo al funzionamento di questi buchi neri del diritto significa nè più né meno che normalizzarli ed affossare definitivamente ogni speranza di loro abolizione.
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