Stop ai motori termici, si prevedono fino a 726.000 posti di lavoro a rischio in Europa
L'<strong>Europa</strong> delle quattro ruote si appresta a una trasformazione che potrebbe ridisegnare in modo radicale la geografia economica del continente. Lo<strong> stop ai motori endotermici</strong> è una delle maggiori preoccupazioni degli analisti del settore, come si evince dallo studio condotto dal prestigioso <strong>Fraunhofer Institute for Arbeitswirtschaft und Organisation </strong>(IAO)<strong>,</strong> commissionato da associazioni datoriali come Gesamtmetall e Südwestmetall insieme ai partner industriali del calibro di BMW, Mercedes-Benz, Bosch e ZF. L’analisi si concentra in modo esclusivo sulla produzione della <strong>catena cinematica</strong>, escludendo aree come il software o la carrozzeria. Ciò che emerge fa tremare i polsi, specie a livello occupazionale: si stimano <strong>726.000 posti di lavoro</strong> a <strong>rischio</strong>. Ma non è tutto.<h2>I quattro scenari verso il 2040</h2>La ricerca delinea <strong>quattro differenti scenari</strong> per l'evoluzione del mercato automobilistico del Vecchio Continente fino al 2040. Il focus è specifico e dettagliato: l'analisi riguarda - come anticipato - la <strong>produzione della catena cinematica</strong> (motori, trasmissioni e relativi componenti), lasciando fuori altre aree come la carrozzeria, gli interni o il software.I quattro ipotetici contesti variano a seconda della rigidità delle future normative UE. Tuttavia, il dato più eclatante che ne viene fuori è che, indipendentemente dalla severità delle regole, tutti gli scenari prevedono un<strong> drastico calo del valore </strong>aggiunto industriale in Europa. Anche un allentamento dei piani attuali dell'UE ridurrebbe solo in modo marginale l'onere economico complessivo.<h2>La grande sconfitta della transizione</h2>Il rapporto evidenzia come la <a href="https://www.hdmotori.it/competitivita-germania-mercedes-40-ore/">Germania </a>sia destinata a pagare il prezzo più alto. Le cause sono storiche e legate alla radicata specializzazione nello sviluppo e nella produzione di tecnologie legate ai motori a combustione. Detto ciò, la Repubblica Federale è considerata la "più grande sconfitta" della transizione ecologica.I numeri che emergono da questo studio sono impietosi: entro il 2040, il valore aggiunto generato dalla filiera dei motori endotermici in Germania potrebbe crollare di <strong>54,2 miliardi di euro</strong>, segnando una contrazione del <strong>64%</strong>. Ancora più cupo è il destino dei <strong>fornitori della </strong><a href="https://www.hdmotori.it/magna-chiude-fabbrica/">componentistica</a>: in questo comparto (che include produttori di sistemi di iniezione, scarichi e trasmissioni), il valore aggiunto potrebbe ridursi dell'<strong>80%</strong>, pari a circa <strong>35 miliardi di euro</strong>.<h2>L'elettrico non basta</h2>Uno dei punti più critici sollevati dal Fraunhofer IAO riguarda l'incapacità della nuova filiera elettrica di colmare il vuoto lasciato dal termico. Nello scenario basato sulle attuali proposte della Commissione UE, a fronte di una perdita di <strong>113 miliardi di euro</strong> nel settore dei motori a combustione, si prevede la creazione di soli <strong>18 miliardi di euro</strong> di nuovo valore aggiunto legato alla propulsione elettrica.Le ragioni di questo squilibrio sono duplici: da un lato, i motori elettrici hanno una <strong>struttura costruttiva </strong>molto <strong>più semplice</strong> e richiedono meno componenti; dall'altro, l'Europa sconta una <strong>posizione competitiva più debole</strong> rispetto ai rivali globali nella produzione di componenti chiave per l'elettromobilità.<h2>L'allarme occupazionale</h2>La contrazione economica ha delle ripercussioni nette anche a livello sociale. Oggi, l'Europa dispone di una forza lavoro operante nella filiera dei propulsori termici di circa 1,6 milioni di individui che, secondo quanto dice questo studio, verrebbe erosa dalla perdita di <strong>726.000 unità </strong>negli anni a venire.Un dato altrettanto significativo riguarda l'efficacia delle politiche di compromesso: secondo i modelli della ricerca, sia l'attuale normativa (bando totale nel 2035) sia il cosiddetto "Automotive Package" (il compromesso proposto dalla Commissione UE) produrrebbero <strong>effetti sull'occupazione </strong>quasi <strong>identici</strong>. In altre parole, le recenti flessibilità normative non sembrano in grado di frenare in modo significativo il declino dei posti di lavoro.<h2>Ulteriori fattori critici</h2>Lo studio suggerisce che se l'Europa permettesse una regolamentazione più aperta, la perdita di valore aggiunto entro il 2035 potrebbe limitarsi a <strong>71 miliardi di euro</strong>, contro i <strong>90 miliardi</strong> previsti con le regole attuali. Tuttavia, nel lungo periodo (2040), le differenze tra gli scenari tendono ad appiattirsi, poiché anche un utilizzo prolungato di motori termici e <a href="https://www.hdmotori.it/porsche-plug-in-utilizzo/">ibridi plug-in</a> comporterebbe comunque perdite consistenti.Infine, gli autori avvertono che il divieto dei motori a combustione non è l'unica minaccia. Altri fattori critici pesano sulla competitività europea, a partire da:<ul> <li>costi energetici elevati;</li> <li>eccessiva burocrazia;</li> <li>procedure di autorizzazione e approvazione troppo lunghe;</li> <li>calo della quota di mercato globale dell'Europa.</li></ul>Il messaggio finale della "Shock-Studie" è chiaro: per salvare l'industria auto europea non basta modificare i regolamenti sulla CO2; è necessario agire urgentemente sulle <strong>condizioni strutturali del continente</strong> per renderlo di nuovo un luogo attrattivo e competitivo per la produzione industriale. Dopo una supremazia quasi incontrastata per oltre un secolo, il declino dell'Europa dei motori sembra irreversibile. La speranza è che le analisi appena evidenziate siano infarcite di un pessimismo esagerato e che, nonostante tutto, il Vecchio Continente (Italia compresa) possa trovare risorse e soluzioni utili per emergere da queste sabbie mobili.
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