Studenti palestinesi all’Università, la testa a Milano, il cuore a Gaza

21 Maggio 2026 - 18:35
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Studenti palestinesi all’Università, la testa a Milano, il cuore a Gaza
Gli studenti palestinesi con la rettrice Marina Brambilla

In arabo «shukran» significa grazie. E gratitudine è il sentimento che accomuna gli sguardi dei dieci studenti palestinesi arrivati la scorsa settimana all’Università degli Studi di Milano dopo aver atteso sei o sette mesi prima di essere evacuati dalla Striscia di Gaza. Assieme ai due gruppi giunti lo scorso autunno attraverso il programma IUPALS (Italian Universities for Palestinian Students), l’ateneo milanese ora accoglie ben 31 studenti che potranno portare avanti i loro studi attraverso borse di studio appositamente erogate per loro.

Oggi gli studenti appena arrivati hanno ufficialmente incontrato la rettrice Marina Brambilla, accompagnati dal professor Stefano Simonetta, prorettore ai Servizi Agli Studenti e Diritto allo Studio, che come la prima volta si è recato in prima persona ad Amman in Giordania per accoglierli.

La rettrice dialoga con gli studenti

Gli indirizzi di studio

Se la maggioranza dei primi studenti è stata ammessa alla facoltà di Medicina, l’ultimo gruppo è invece più vario: ci sono infatti tre iscritti all’International Medical School, una al secondo anno di odontoiatria, tre alle lauree triennali o magistrali di informatica, due al corso di laurea in Ancient Civilizations for Contemporary Worlds e uno a Scienze dei servizi giuridici.

Al pari dei loro compagni, anche loro provengono da diverse zone della Striscia di Gaza (Gaza City, Jabalia, Khan Yunis e Rafah) e sono stati evacuati nel cuore della notte portandosi dietro soltanto i vestiti che avevano addosso, il telefono, il caricabatterie, il passaporto e chi poteva del denaro.

Una grande responsabilità

Sama studia odontoiatria e suo fratello Hisham è arrivato lo scorso autunno. In un italiano fluente, che ha iniziato a studiare a Gaza un mese e mezzo prima della partenza, dice: «Sono molto felice di essere qui oggi. Sono stata una studentessa a Gaza e ho vissuto ogni giorno le difficoltà della vita nei campi. Non era solo mancanza di comfort, ma una lotta quotidiana per studiare e vivere in condizioni estremamente difficili: le tende sono affollate e attaccate l’una all’altra, il rumore non si ferma mai e non esiste uno spazio davvero sicuro e tranquillo per concentrarsi».

«Per me essere oggi all’Università degli Studi di Milano rappresenta una grande responsabilità – aggiunge -. Abbiamo vissuto un lungo periodo di attesa emotivamente molto estenuante, ma finalmente siamo qui per provare a ricostruire il nostro futuro e continuare gli studi interrotti dalla guerra».

Hamza Abdallah Nabhan (primo a destra) legge la lettera di ringraziamento

Ritorno alla vita

In una lettera di ringraziamento scritta a nome dei suoi compagni, Hamza Abdallah Nabhan afferma che, malgrado ci siano stati «momenti in cui abbiamo sentito che ogni porta era chiusa, l’Università di Milano ha scelto di non arrendersi. Avete scelto di difenderci, di chiedere il nostro diritto all’istruzione e alla sicurezza e di continuare a lottare per noi finché non fossimo finalmente arrivati qui. Non ci avete dato solo una borsa di studio, ma anche una grande lezione di umanità, forza e di non arrendersi mai. Questa opportunità non è stata solo una borsa di studio per noi, ma un biglietto di ritorno alla vita dopo aver perso a Gaza le nostre case, le nostre famiglie, i nostri sogni e persino parti di noi stessi. Ci avete insegnato a non perdere la speranza e a continuare a lottare per il nostro sogno fino alla fine».

Il lavoro in ospedale

La gioia di essere arrivati dopo mesi di attesa, resi ancora più difficili dalla mancanza di contatti stabili a causa del quasi nullo accesso a internet, non cancella gli orrori della guerra che si sono lasciati alle spalle.

Allo scoppio della guerra, Hamza era uno studente al quarto anno di medicina e fin da subito si è offerto volontario per assistere i feriti in un ospedale nel nord della Striscia di Gaza: «Tutti i medici hanno iniziato a insegnarmi come trattare i pazienti. Poi ho fatto volontariato al pronto soccorso e all’accettazione per mesi, vedendo la mia famiglia solo ogni tre o quattro giorni» racconta, mostrando le foto del lavoro in ospedale e le precarie condizioni in cui ha dovuto operare anche migliaia di pazienti. In molti casi, le persone venivano assistite senza anestesia a causa della mancanza di medicine e attrezzature mediche determinata dal blocco israeliano.

Viste queste difficoltà, Hamza ammette che in più di un’occasione, assieme ai suoi colleghi, ha dovuto «prendere una difficile decisione con i pazienti: lasciarli morire o provare anche con mezzi di fortuna a salvargli la vita». Particolarmente frequenti sono state le ferite causate da proiettili di shrapnel in grado di lasciare lesioni gravissime soprattutto se colpiscono i centri nervosi. Questi traumi hanno spinto Hamza a offrirsi volontario per il dipartimento di neurochirurgia, accedendo quindi alla specializzazione che desiderava da quando aveva deciso di diventare un medico.

Il pensiero a chi è rimasto là

Un’altra caratteristica comune a tutti i pazienti erano i sintomi da grave carenza di nutrimento. L’intera Striscia di Gaza è infatti una sorta di prigione a cielo aperto dove l’esercito israeliano non fa entrare rifornimenti di alcun tipo. Come raccontano gli studenti, questo ha portato alla carenza della maggior parte dei generi alimentari e anche a un’impennata dei prezzi: un chilo di farina è arrivato a costare fino a 60 dollari, mentre uno di zucchero anche 200 dollari.

Queste cicatrici sono tali che gli studenti palestinesi vivono un conflitto di emozioni tra l’opportunità che hanno di poter continuare i propri studi così da poter contribuire in futuro alla ricostruzione della Palestina e il pensiero di famigliari e amici rimasti indietro sotto la minaccia costante di bombardamenti e interventi militari israeliani.

In poche semplici parole, Hamza racchiude lo stato d’animo suo e dei suoi compagni: «La mia mente è divisa in due: da una parte i pensieri per la mia terra, dall’altra il sogno di studiare non solo medicina, ma anche la lingua e la cultura italiana. Ma il mio cuore è invece completamente rivolto a Gaza».

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