Tajani attacca Sánchez sulla politica interna

21 Luglio 2026 - 08:55
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Dovrebbe essere il leader moderato della coalizione di centrodestra e il capo della diplomazia italiana, invece – complice forse la psicosi Vannacci – Antonio Tajani assume sempre più toni incendiari arrivando ad attaccare le politiche interne di un altro paese europeo. Ieri il ministro degli Esteri ha rilasciato un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo densa di critiche all’azione politica del governo di Pedro Sánchez, e non su punti marginali, ma su questioni che dividono l’opinione pubblica spagnola, come l’amnistia per i separatisti catalani e la sanatoria per gli immigrati irregolari, definita “incredibile” e “demagogica”: “Non sono d’accordo con quanto fatto dalla Spagna sulla regolarizzazione”, dice il ministro degli Esteri.

La posizione del capo della Farnesina consegnata al Mundo è che la scelta del governo Sánchez di sanare la posizione degli immigrati irregolari ha ricadute sull’Italia, perché “c’è libera circolazione all’interno dell’Unione Europea e le persone regolarizzate in Spagna potrebbero trasferirsi in Italia. Inoltre, per chi parla spagnolo, è più facile apprendere l’italiano che altre lingue europee. Per chi parla spagnolo, è più facile andare in Italia che in Germania”. Pertanto, dice con estrema durezza Tajani, “mezzo milione di persone, o anche più di un milione, come si vocifera ora, mi sembra incredibile. Si tratta di un altro milione di europei senza un lavoro chiaro, grazie a una misura demagogica. E’ una decisione molto difficile da comprendere. E’ un problema europeo, non solo spagnolo. Deve essere affrontato congiuntamente”. Dovevamo essere avvisati e consultati, è il messaggio del governo italiano.

Il tema dell’immigrazione, che ha registrato un boom negli ultimi anni anche per le esigenze dell’economia spagnola, è uno dei temi caldi dello scontro politico in vista delle elezioni dell’anno prossimo, cavalcato soprattutto dall’estrema destra di Vox. E’ una chiara intromissione in una questione di politica nazionale, scorretta nel metodo, ma anche un po’ campata in aria nel merito: non si capisce perché Madrid avrebbe dovuto consultare gli altri governi su un tema di competenza nazionale. Per giunta, è surreale che la critica provenga dall’Italia, che è il paese che in Europa, più di tutti, gestisce il tema dell’immigrazione attraverso periodiche sanatorie. Se ne contano almeno otto. Nel 2022 fu proprio il governo Berlusconi, con la legge Bossi-Fini, ad approvare una sanatoria che coinvolse circa 650 mila immigrati: la più grande regolarizzazione mai realizzata in Europa.

Ma Tajani è intervenuto su un’altra questione molto delicata, che riguarda l’unità nazionale spagnola e il processo di pacificazione con le spinte autonomiste catalane, che hanno raggiunto il culmine con il referendum del 2017 per l’indipendenza della Catalogna. Pedro Sánchez, spinto dalla necessità di ottenere i voti necessari a restare alla Moncloa, nel 2023 ha stretto un patto con gli indipendentisti catalani: l’amnistia per i reati del Procés, che consentirebbe il ritorno in patria del leader “fuggiasco” Carles Puigdemont, in cambio dei voti degli indipendensti per l’investitura del governo socialista. Per molti, a sinistra, questo accordo ricercato per necessità contiene anche una virtù: chiudere pacificamente una questione politica che ha lacerato il paese nell’ultimo decennio. Per i critici, invece, che sono soprattutto di centrodestra ma anche di sinistra come lo storico leader del Psoe Felipe González, l’amnistia è una resa a chi vuole rompere la Costituzione e l’unità nazionale. Peraltro, proprio pochi giorni fa, la Corte di giustizia dell’Unione europea in un atteso giudizio ha respinto i ricorsi della giustizia spagnola contro la legge di amnistia, sostenendo che non è in contrasto con il diritto europeo perché persegue un obiettivo legittimo: “Ridurre le tensioni istituzionali e politiche e facilitare uno scenario di riconciliazione”.

In questo contesto politico-giurdiziario-istituzionale incandescente, figlio della storia spagnola, entra a gamba tesa Tajani. “Non credo che l’amnistia sia una decisione giusta – dice il ministro degli Esteri nella lunga intervista al Mundo –. Su questioni cruciali che riguardano l’unità nazionale, credo sia sempre importante mobilitare ampie maggioranze nel paese e in Parlamento per evitare pericolose tendenze secessioniste.”.

Tajani, da esponente del Ppe, sostiene chiaramente la campagna elettorale del Pp spagnolo, ma con metodi poco consoni per il capo della diplomazia. Non risultano proteste formali da parte del governo spagnolo, ma è facile immaginare quale sarebbe stata la reazione del governo italiano se, ad esempio, il ministro degli esteri José Manuel Albares si fosse espresso durante il referendum contro la riforma della giustizia dicendo che per le modifiche della Costituzione è preferibile una “ampia maggioranza in Parlamento”. D’altronde c’è un precedente. Quando nel 2023 il ministro francese Gérald Darmanin criticò in patria le politiche migratorie del governo Meloni, scoppiò un caso diplomatico: “E’ un insulto gratuito e volgare a un paese amico”, tuonò Tajani che, per vendicare l’offesa ricevuta e in assenza delle scuse richieste, annullò un viaggio istituzionale a Parigi. Se ora a Madrid ci fosse un Tajani avrebbe già ritirato l’ambasciatore a Roma.

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